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Wrestling nell’Olimpo

«Quella sera eravamo usciti per vedere il wrestling dal vivo, la nostra ultima passione. I wrestler elevavano la rissa da bar al rango delle arti marziali, entravano in scena esaltati dalle urla e dagli applausi, con musica da bianchi a tutto volume, i capelli cotonati alla Van Halen che ondeggiavano e il mento sollevato al punto che il loro ego parlava direttamente con Dio. […] Era questo che ci piaceva, questo spezzatino misto di linguaggi che conferiva al tutto un certo stile, un po’ di grazia, e trasformava la truffa in un rituale».

Questo ricordo giovanile del wrestling si trova all’inizio di Una lotta meravigliosa di Ta-Nehisi Coates. Sono ormai tanti gli esempi di nobilitazione che questa forma di spettacolo, così tanto derisa all’epoca, ha riscosso negli ultimi anni. Racconta ancora che «erano dei pazzi. Blateravano come un predicatore nero, con lo stesso ritmo, ma addosso avevano vestaglie di seta, bikini, e cinture con paillettes. A volte andavano in scena con un parasole, recitando poesie. […] Raccontavano storie inverosimili, rifacendosi a miti classici completamente inventati, finché si arrivò al giorno in cui Hercules Hernandez scese dall’Olimpo e Iron Shei spiegò il Medioriente a quei poveracci del Midwest».

Mi viene in mente il geniale saggio The invention of tradition di Eric Hobsbawn e Terence Reger del 1983.

E mi viene in mente anche cosa scriveva Milan Kundera a proposito del kitsch, ne L’insostenibile leggerezza dell’essere.

In questo periodo sto guardando Glow, una serie su Netflix che rievoca invece la curiosa vicenda del wrestling femminile, quando delle “donne non convenzionali” vennero reclutate in pieni anni 80 per aggiungere l’attrazione erotica a quella per queste caricature di combattenti. Glow racconta tra l’altro il meccanismo attraverso il quale il linguaggio televisivo richiedeva alle attrici di schiacciare la propria personalità fino a renderla unidimensionale, puro stereotipo, e qualunque stereotipo fosse andava bene.

La prima volta che mi è capitato di pensare seriamente al wrestling fu qualche anno fa, leggendo un testo sulla storia degli antichi romani, in cui si sosteneva che i famigerati duelli dei gladiatori erano in realtà delle finte, delle pagliacciate fatte solo per divertire il pubblico. Insomma erano «come moderni wrestler», concludeva lo storico.

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