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Tastiere

La prima tastiera importante è stata quella del pianoforte di mia madre. In uno dei miei primi ricordi, eravamo a Milano, a casa degli zii – che era al portone di fianco della nostra, in zona Cadorna – e ascoltavamo mamma che suonava Per Elisa ai margini di qualche cena tutti insieme, e io mi esaltavo quando arrivava il ritornello. Alcuni anni dopo, quando ne avevo sette, il pianoforte ho iniziato a studiarlo a mia volta, e poi a undici ancora più seriamente quando sono entrato al conservatorio di Pesaro, e l’ho frequentato per molti anni.

Una sera incrociai Maurizio Pollini, che era andato lì a studiare nel contiguo Auditorium Pedrotti per preparare un concerto. Pollini era una superstar del pianoforte, e al tempo stesso un asceta. Tutto preso dalla sua musica, questo essere più divino che umano non sembrava interessarsi del mondo esterno, non ne aveva bisogno, era superiore alle nostre miserie. All’epoca pensavo anch’io che i veri artisti dovessero per forza vivere chiusi nel loro mondo interno, indifferenti ai soldi, ai beni materiali, agli affetti privati, e forse al loro stesso corpo. I veri artisti non dovevano entrare in nulla che non fosse universale.

Oggi capisco che per i musicisti funziona come per i preti ortodossi. Ce ne sono due tipi: quelli che vivono nel mondo, amano, parlano, imparano, soffrono, si sposano, si drogano, si impegnano in politica, fanno figli, uccidono. E poi ci sono gli asceti, i monaci, come Benedetti Michelangeli, come Pollini.

Io ero convinto di essere un artista, ma più studiavo il pianoforte, meno capivo perché lo stessi studiando. Non ero un pianista, non volevo obbedire, non volevo essere un mero esecutore delle note scritte da altri. Così alla fine ho mollato, prima dell’esame del quinto, e non ho più toccato il pianoforte.

Mi viene in mente una poesia di Valerio Magrelli del 2014 dal titolo Suites inglesi:

A che serve suonare?

Un’obbedienza cieca,

un’arte marziale: l’ascesi,

e in fondo il suono che si leva sempre uguale…

In compenso, a quell’epoca mi sono convinto che volevo essere un compositore, e per un paio d’anni ho studiato ancora nell’ambiente classico del conservatorio, armonia e contrappunto, poi ho mollato anche quello e ho iniziato a fare il nerd. Una fase che è durata più o meno tra il 1992 e il 2002. Immerso nel software, nei sintetizzatori e nei campionatori. Leggevo riviste specializzate e ci spendevo un sacco di soldi. Avevo un sintetizzatore Roland JP 8000, un campionatore Akai, e un pc su cui usavo programmi come Reason, Logic, Fruity Loops, Cubase. Ero così infoiato che ci passavo giornate intere, senza nemmeno prendermi il tempo di andare al gabinetto perché le musiche su cui stavo lavorando catturavano totalmente la mia attenzione e mi facevano dimenticare ogni altro bisogno.

Ci sono voluti molti anni per stancarmi, e mettere da parte le velleità: il problema era che quella mia passione dipendeva sostanzialmente dalla voglia di mettermi in mostra ed essere apprezzato. Così quando con il tempo ho visto che sempre meno persone mi prendevano sul serio come musicista, ho lasciato perdere. Non lo facevo per me stesso, ma per gli altri.

Soltanto nel 2017, quasi all’improvviso, mi è tornata la voglia di avere un pianoforte in casa, e ne ho comprato uno digitale: lo Yamaha Arius 143.

E rimettendo le dita sui tasti bianchi e neri, mi sono sentito libero. La creatività può essere qualcosa di immensamente faticoso e complicato, come può essere immensamente semplice. Oggi che non sento nessuna ansia di creare qualcosa, di salvarla per renderla immortale e farla sentire ad altri, sono libero di lasciare scorrere la musica come scorre l’acqua di un fiume, che non ha niente di speciale e non c’è nessun motivo per fotografarla o filmarla, eppure è a suo modo appagante, rinfrescante e meravigliosa nella sua naturalezza.

Quando c’è una musica che mi piace, posso accendere il pianoforte mentre la ascolto e suonarci sopra, duettando con i musicisti che amo, come se abitassimo tutti insieme nella stessa sala prove, al riparo da ogni giudizio e ogni ansia da prestazione, per il puro piacere di farlo.

Per esempio stasera ho duettato con il disco Have You In My Wilderness di Julia Holter, pubblicato da Domino nel 2015.

Non sono mai stato un nerd, ma sono affascinato da chi ha quel tipo di intelligenza che gli permette di smanettare. A me provare a “dialogare” con una macchina innervosisce, non riesco a capirla, vorrei che fosse tutto semplice: non sono veramente interessato a come funziona, ma a cosa si ottiene. Con una macchina mi posso arrabbiare come non farei mai con una persona, mi viene da insultarla, e ho persino la tentazione di ricorrere alla violenza fisica.

Eppure, ancora oggi, torno spesso a curiosare tra le nerderie della musica elettronica, pensando che forse prima o poi farò come con il pianoforte e ritroverò questa passione – ma senza più bisogno di dimostrare niente a nessuno. In particolare ho una grande nostalgia per il suono di quel campionatore Akai, che oggi forse sarebbe inutilizzabile (funzionava con i floppy disc) ma che qualsiasi suono catturasse, mi faceva sentire il benvenuto, quasi coccolato dal suo calore. Ora per esempio c’è un emulatore dei campionatori Akai disponibile come software al costo di 2 dollari.

Uno dei programmi che più mi avevano esaltato all’epoca, Reason, dice di essere disponibile gratis per l’iPhone in versione compact. Ma è talmente compact e limitata nei suoni e nelle funzioni, che ci si stanca subito di usarla.

Esiste un’altra applicazione, Amadeus, che utilizza l’intelligenza artificiale per comporre musica: viene proposta come aiuto ai musicisti in cerca di ispirazione, ma a me sembra soprattutto stimolante per la sua portata filosofica.

C’è un’altra app che si chiama AAS Objeq e trasforma il nostro tamburellare sul tavolo in un loop di batteria.

Un’altra si chiama Gestrument e come dice il nome si basa sulla gestualità: si compone musica un po’ come se si giocasse a un videogioco anni 80, spostando delle palline ognuna delle quali è associata a uno strumento musicale (o anche a più strumenti insieme).

Il mio tipo preferito di applicazione è il campionatore che registra dal vivo un suono e lo mette in loop, così che tu puoi aggiungerne un altro sopra, e poi un altro ancora, fino a comporre con l’improvvisazione stratificata un intero brano di musica da solo. Per esempio c’è Quantiloop, che costa 12 euro. In generale, la potenza del loop è proprio ciò che rende la musica elettronica così efficace e attraente: è sufficiente spargere una manciata di mattoncini all’interno delle 16 battute standard per avere già un groove, cioè la forza propulsiva di un suono che ti spinge a muoverti, a ballare e andare avanti. E al tempo stesso questo è anche il principale limite della musica elettronica, quello che potremmo chiamare il “looppismo”: una volta costruito il nostro groove è difficile non solo uscirne, ma anche solo svilupparlo in qualche modo. Si rischia di andare avanti per variazioni, sottrazioni e aggiunte tutto sommato sterili.

Questo invece è il manuale per connettere il pianoforte Yamaha Arius a un cellulare o un tablet, e quest’altro è il manuale per connetterlo a un computer.

Le tastiere insomma sono da sempre parte della mia identità, e mi sento vicino alle altre persone che hanno fatto un percorso diverso dal mio.

In questi giorni sto leggendo un libro che si intitola Il pianoforte segreto, edito in Italia da Bollati Boringhieri. L’autrice è Zhu Xiao-Mei, nata in Cina nel 1949, che fin da bambina fu una studentessa di pianoforte all’epoca della Rivoluzione Culturale di Mao. Questa autobiografia racconta la sua passione per la musica classica occidentale, in particolare quella di Bach, che considera molto vicino a Lao Tzu: scrive infatti che «Questi due maestri si somigliano e in loro le due culture, quella cinese e quella occidentale, si ricongiungono».

Nel libro ci sono anche gli insegnamenti del maestro con cui Zhu Xiao-Mei studiò da piccola. Riguardo alle sue mani troppo piccole, apparentemente un serio svantaggio, osservò che «ogni cosa ha due lati. Uno positivo e uno negativo. Tu hai le mani piccole e questo non ti faciliterà la vita in alcuni brani. Ma le mani piccole sono più veloci. Farai meraviglie con alcuni repertori. Vedrai, il negativo si rivelerà positivo, come il positivo, a sua volta, può dimostrarsi negativo. Ho conosciuto un sacco di allievi, che, poiché avevano mani grandi, non si sforzavano di lavorare. Una sfortuna, per loro».

Un altro punto debole di Zhu consisteva nell’essere troppo tesa. Il maestro le insegnò che questo dipende dal pollice, che comanda tutti gli altri. «Se è testo, tutte le altre dita lo saranno. Se è rilassato, lo saranno anche le altre. Accarezza la tastiera, non picchiarla mai. Non è dura come pensi. Non devi ingaggiare una lotta. In realtà la tastiera è docile e dolce. Cerca di trovare questa sensazione di docilità e dolcezza con la punta delle dita. Cerca di trarre energia dalla tastiera e non solo di trasmetterne. Immagina di impastare del pane. Chiedi a tua madre di impastare per vedere come si fa. È lo stesso movimento con le mani e i polsi. Vedrai, questo cambierà tutto nella tua relazione con lo strumento».

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