Ma Adesso Cambiamo Argomento

e parliamo di...



Soundpainting

Qualche anno fa avevo un amico che si chiamava Christian, e in realtà non potevo propriamente considerarlo un amico, era piuttosto una specie di alter ego che frequentava tutti i posti che frequentavo anch’io a Bologna: ovvero quel tipo di iniziative definibili come forme di “crescita personale” o di “lavoro su di sé”. In effetti ora fatico persino a ricordarle tutte. Andavo a un corso di massaggi shiatsu, ed ecco Christian al corso di massaggi shiatsu. Andavo al parinama yoga con le corde che si faceva allo spazio Indue, ed ecco Christian frequentatore assiduo del parinama yoga. Andavo alla jam mensile di contact al Tpo, figurati se Christian se ne faceva sfuggire una. Se andavo a qualsiasi cosa fosse compresa tra la danza, lo spettacolo, il massaggio, la filosofia orientale, potevo scommettere che Christian ci sarebbe stato. Qualche volta gli suggerivo io degli eventi, quasi sempre era lui a inondarmi di dritte. Così una volta mi dice che da un po’ sta facendo teatro di improvvisazione in un posto sotto il ponte di Stalingrado e io penso bene, il teatro di improvvisazione ancora mi manca, e vado all’incontro di prova.

Era la primavera del 2016, e me lo ricordo perché avevo appena iniziato a farlo che mi sono ritrovato in uno dei periodi sentimentalmente più catastrofici degli ultimi 40 anni Ho pensato allora, magari questo teatro di improvvisazione porta sfiga, forse dovrei lasciar perdere; poi però sentivo anche il bisogno urgente di diversivi, quindi ho scelto di continuare. E mentre nel frattempo Christian mollava il gruppo per dedicarsi ad altre attività, quella dell’improvvisazione teatrale è diventata nel giro di qualche mese la mia attività extralavorativa principale, nonché fonte privilegiata di stimoli per ridefinire la mia stessa identità, andando a sfidare i problemi più profondi del mio carattere. Sono cresciuto con molte paure, che mi hanno aiutato a sopravvivere durante l’adolescenza ma da adulto sono diventate un ostacolo: la paura della sconfitta, dell’insuccesso e del fallimento, la paura di sbagliare, la paura di fidarmi degli altri, la paura di essere stupido o debole, e ancor più quella di sembrarlo.

Ecco, l’improvvisazione teatrale ti butta sul palco insieme a tutte queste paure, e non c’è verso di evitarle. Spesso gli spettacoli sono in forma di match, con due squadre che si affrontano, ma il risultato finale dipende dalla capacità degli attori – cioè dei giocatori, non importa se alleati o avversari – di essere fra loro complici, e farsi fare bella figura a vicenda. In inglese questa regola suona molto meglio: make your partner look good, e da quando l’ho scoperta sono convinto che sia una strada da seguire per migliorare non solo lo spettacolo, ma la mia vita e forse anche l’umanità intera.

Dopo due anni di pratica, mi sono trovato nel 2018 a prendermi una pausa, e adesso sento la paura che tutti quegli insegnamenti che ho trovato nel teatro di improvvisazione – insegnamenti non sul teatro, ma sulla vita stessa – siano destinati a disperdersi, a sparire dalla mia coscienza e dalla mia memoria.

Per questo mi sono fatto consigliare un libro dal mio prof, uno dei tanti testi illuminanti sulla materia che lui conosce, e mi ha detto di leggerne uno che appunto si intitola Impro, di Keith Johnstone.

A novembre 2018 però l’attore della domenica – che sono ovviamente io – pensa già di ritornare in pista, grazie a un modulo di soundpainting della durata di due mesi.

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