Ma Adesso Cambiamo Argomento

e parliamo di...



Riscritture

Un articolo su Repubblica di venerdì 31 agosto 018, è dedicato alla moda letteraria di “riscrivere i classici”. L’occasione è l’uscita di un libro di Lisa Ginzburg dal titolo Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein.

È l’apripista di una nuova collana di Marsilio, i “Passaparola”, che vedranno Michela Murgia con L’inferno è una buona memoria e Alessandro Giammei con Una serie ininterrotta di gesti riusciti: scrittori italiani che parlano di sé ragionando su un libro amato.

Secondo l’autrice dell’articolo, «Può accadere ciò che profetizzava Calvino ragionando sui classici: ovvero che un testo che pensavamo usurato improvvisamente inizi a sussurrarci qualcosa di nuovo».

Ma forse il punto non è quello che i classici dicono a noi. È quello che noi riusciamo a dire, di nostro, con l’aiuto dei classici.

Forse oggi l’unico modo per essere davvero originali è – in un certo senso – “copiare”. Nel senso di “riscrivere”. E per “riscrivere” intendo utilizzare alcuni elementi di un’opera, per farne una propria. Con il proprio stile.

I remake cinematografici, per esempio, sono riscritture. Per un pugno di dollari era un remake dei Sette samurai di Kurosawa. E a volte le trasposizioni da libro a film, possono diventare quasi delle riscritture come nel caso di Vergine giurata. Non è sempre così netto il confine.

Per esempio prendi la storia di un romanzo, e racconti la stessa storia ma a modo tuo. Non è meno creativo che crearne una nuova, anche perché l’immensa quantità di storie esistenti sono varianti di un numero limitato di strutture, che a loro volta si possono semplificare in pochissimi archetipi. O forse di uno solo, infinitamente ed eternamente ricombinabile.

E allora dove può essere la creatività nel creare una trama? Certo, c’è della creatività anche in questo, ma è grandemente sopravvalutata e credo che questo sia avvenuto a partire dall’affermarsi del mito individualistico dell’artista rinascimentale e poi romantico. Oggi è diverso.

La vera creatività è soltanto nello stile.

Il fenomeno opposto alle riscritture, infatti, sono quei libri apparentemente originali – nel titolo, nella struttura, nella trama, nei personaggi – che però hanno uno stile derivativo. Sono questi i prodotti che tendiamo a etichettare come “commerciali”, o “superficiali”. Io per esempio, non avevo mai letto il classico romanzo di Elsa Morante, La Storia, del 1974 anche se mi ricordo ancora quella copertina dell’Einaudi con il sottotitolo potentissimo “Uno scandalo che dura da diecimila anni”. Ho cominciato a farlo nell’autunno del 2018, e dopo neanche dieci minuti ho pensato «Ma questa è Elena Ferrante!!». Non perché la vicenda avesse troppo a che vedere – diversa l’epoca, diversi i personaggi, totalmente diversi i fatti – ma era come se a raccontarle potessi immaginare la stessa voce. O almeno una voce molto molto simile. E mi sono anche reso conto dell’assonanza tra “Elsa Morante” e “Elena Ferrante” che a questo punto non mi pare uno pseudonimo casuale, poi ho fatto delle ricerche e ho trovato che l’odierna scrittrice ha citato solo un romanzo come sua fonte di ispirazione, e si trattava proprio di un’opera della Morante (anche se non La Storia, ma Menzogna e Sortilegio). Questo poi mi spiega quella strana sensazione di “già sentito” che avevo avuto leggendo L’amica geniale, e non sgradevole, rendeva l’esperienza molto facile e rilassante e consentiva a certi messaggi di arrivare meglio alla mia attenzione. Perché usa i pattern consolidati della prosa novecentesca italiana, che mi erano familiari anche prima di leggere la Morante. Sono insomma le analogie profonde che contano, non quelle superficiali. Ma in questo caso ce n’erano anche di superficiali: sia ne La Storia che ne L’amica geniale ci sono le storie di donne povere, in una grande città italiana, ci sono uomini violenti fisicamente e psicologicamente, ci sono bambini che crescevano in un clima di disagio.

Tornando invece alle riscritture, il mio rapporto con esse in effetti viene da molto lontano, almeno dalle parodie Disney dei grandi classici della letteratura italiana, come I Promessi Paperi.

Quando ho letto questa storia ero ancora bambino, quindi evidentemente devo avere conosciuto prima la parodia dell’originale manzoniano.

All’epoca, si diceva: un fumetto. Oggi si direbbe: un graphic novel (anche se io preferirei dire “una” graphic novel, o ancora meglio, un “romanzo grafico”). Comunque, fu pubblicati per la prima volta nel 1976, e poi nel 1982 in una raccolta dal titolo I Grandi Classici Disney che è appunto quella che ricordo io.

Ora l’ho ritrovato per caso su un sito che si chiama Paperpedia.

Oltre a Don Paperigo, nella storia ci sono personaggi come Paperenzo Strafalcino e Lucilla Paperella.

La sceneggiatura è di Edoardo Segantini e Giulio Chierchini. Quest’ultimo, autore anche dei disegni, è nato nel 1928, ha esordito su Topolino nel 1956, e oggi a 90 anni è incredibilmente ancora in attività (ha pubblicato una storia ancora nel luglio 2018). Negli anni 80 ha introdotto la novità delle storie dipinte con una tecnica mista di acquerello, olio e aerografo.

La prima delle parodie Disney fu invece L’inferno di Topolino, che all’epoca deve avermi molto impressionato se ancora mi ossessiona con alcune sue vignette particolarmente forti.

Fu pubblicata su Topolino tra il 1949 e il 1950, lo sceneggiatore era Guido Martina e i disegni erano di Angelo Bioletto. Martina scrisse anche le didascalie in versi, che rendono la storia a sua volta un poema in terzine come l’originale dantesco.

Risale a tempi molto più recenti invece la parodia di Moby Dick, pubblicata su Topolino nel 2013.

« »