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Ragione sufficiente

Mio padre era laureato, tra le altre cose, in filosofia. Ma non è solo questo: lui era goloso di filosofia, la divorava. Era come se la sua mente fosse divisa in due piani, uno basso e volgare, l’altro colto e sublime. Conoscendolo, questi due piani sembravano sempre più nettamente scissi.
Credo di essere molto simile a lui, e soprattutto lo ero da giovane quando scrivevo: si poteva benissimo riconoscere la fusione fra l’anima aristocratica e quella plebea, che convivevano pur senza necessariamente avere stima l’una nell’altra.

Rispetto al padre comunque, penso che il contrasto in me sia meno stridente, non ho raggiunto vette così alte né abissi così bassi, essendo per motivi generazionali un piccolo borghese civilizzato. Non ho nemmeno letto, quasi mai, i classici della filosofia.

Ho cominciato a farlo adesso, più o meno per caso, iniziando più o meno per caso da Arthur Schopenhauer che per mio padre era assai importante.

Nato a Danzica nel 1788, da giovane perde il padre e rompe con la madre, poi grazie alla grossa eredità ricevuta può tranquillamente studiare medicina e filosofia a Gottinga e Jena. Si laurea con una tesi Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente. Da vecchio,sarebbe poi tornato a lavorare su quest’opera di esordio pubblicandone una versione riveduta. Che è quella che sto leggendo io.

Il principio di ragione sufficiente, diciamo, appartiene alla più ampia dottrina della causalità, che in parole povere, è la risposta alla domanda: Perché?

Ciò che nell’italiano corrente possiamo chiamare la causa, il motivo, il perché, la ragione appunto. Tutti termini però troppo ambigui secondo i filosofi che in passato hanno cercato di definirli, e in particolare troppo ambigui secondo Schopenhauer che si vanta di dare una sistemazione definitiva alla questione (il libro, tra l’altro, è ferocemente polemico verso diversi suoi colleghi e l’ambiente intellettuale in genere).

Il principio di ragione sufficiente era già stato definito in precedenza da Leibniz: per ogni cosa vera / reale / esistente, deve esistere una ragione sufficiente perché lo sia. Tale ragione sufficiente può essere di tipo fisico, logico, matematico o etico (questa sarebbe appunto la “quadruplice radice” del principio). Per Leibniz ogni cosa esistente è dunque giustificata nel suo esistere da questo principio, e potremmo dire, tutto quello che esiste è giusto. E da qui derivava la sua celebre convinzione che viviamo nel migliore dei mondi possibili.

Schopenhauer, che prende le mosse da Leibniz, rovescia però pessimisticamente le sue conclusioni. Altro che il migliore, il nostro è il peggiore dei mondi possibili perché la volontà umana è oscura e spesso persegue finalità autolesionistiche.

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