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Quarta parete

Quando ho iniziato a fare teatro di improvvisazione, ho imparato fra le altre cose il concetto di “quarta parete”: quella che separa il palco dal pubblico, e dunque, il punto di vista dello spettatore. La regola classica è che la quarta parete non si infrange mai, e dunque l’attore non può guardare gli spettatori né tantomeno superare fisicamente la barriera per mischiarsi a loro. Ma come sappiamo, nel teatro moderno questo succede facilmente e basta pensare per esempio a Pirandello.

Nel settembre 2018, è stata pubblicata una copertina di Adrian Tomine per il New Yorker che si intitola appunto “Fourth Wall”, quarta parete:

Ambientata ovviamente a New York, a me però ha ricordato quando ero a Berlino e andavo nei caffè come quelli dell’immagine, con i posti a sedere che danno direttamente sulla vetrata: così che il cliente si trova a guardare la strada davanti a sé come fosse lo spettatore o il regista di un film. E la vetrata del locale è come la quarta parete dello spettacolo. Adoravo questi posti.

Nell’immagine di Adrian Tomine, c’è però un elemento di ambiguità. La cliente del locale, una ragazza che probabilmente è un’aspirante sceneggiatrice che sogna di farcela, ha davanti a sé proprio un set cinematografico, con tutto il suo caratteristico andirivieni di persone. È certamente qualcosa di molto comune a New York, ma ci chiediamo: è la ragazza ad assistere a cosa succede là fuori con la troupe al lavoro, o è invece lei stessa lo spettacolo che la troupe sta per filmare?

Insomma, se c’è la quarta parete, siamo sicuri di sapere da quale parte sta il pubblico e da quale parte stanno gli attori?

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