Ma Adesso Cambiamo Argomento

e parliamo di...



Ogni giorno è per il ladro

Teju Cole, nato nel 1975 come il sottoscritto, è un eclettico autore americano di origini nigeriane, che ha scritto un romanzo, un libro fotografico, una raccolta di saggi. Secondo Salman Rushdie è uno degli scrittori più dotati della sua generazione. Scrive anche articoli per il New York Times e il New Yorker.

Il suo sito web è aggiornato con queste e altre cose, interviste, playlist di Spotify.

E poi c’è Ogni giorno è per il ladro, pubblicato da Einaudi nel 2014, che è una sorta di diario del suo ritorno a Lagos dopo 15 anni vissuti a New York. «Un ritorno impossibile», lo definisce.

A Lagos, una città dalla «natura non-lineare», Teju Cole gironzola senza meta come un vagabondo cognitivo, ed è in questo peregrinare inquieto e affascinante che ritrova il vero contatto con la città. Rifugge i posti familiari, i volti noti, i posti legati alla sua infanzia, la sua stessa famiglia.

Nel capitolo 21 racconta la sua difficoltà di trovare un negozio di dischi con della “musica decente”: «Tutto ciò che è disponibile in molti negozietti di strada è musica nigeriana e il meglio di neri americani e artisti caraibici famosi: hip hop, dancehall, reggaeton». Ma i gusti di Teju Cole sono più raffinati, più newyorkesi diciamo: cerca qualcosa che gli dia speranza, uno «sfuggente spicchio di sole», cioè la sua nicchia culturale. Si scandalizza per il fenomeno della pirateria.

Cita «gli avventurieri del jazz moderno, come Vijay Iyer e Brad Mehldau».

Cita gli scrittori Penelope Fitzgerald e Michael Ondaatje. Un libro fotografico intitolato Lagos: A City At Work.

I grandi panafricani come Ali Farka Touré e Salif Keita. E soprattutto, «quell’artista della bella vita e dal nome meraviglioso che era Fatai Rolling Dollar».

Come Teju Cole, altri artisti e intellettuali della nostra epoca oscillano fra la loro Madre Africa e i paesi occidentali in cui sono nati.

Il regista Alan Gomis è nato in Francia, da una famiglia senegalese, ed è attivo in Senegal come formatore di filmaker. Con il suo quarto lungometraggio Felicité, ambientato a Kinshasa e girato con una troupe interamente africana, ha vinto l’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2017. La doppia identità culturale dell’autore si esprime in un doppio registro: da un lato realistico e quasi documentaristico, anche nelle performance vocali della protagonista con un composito gruppo di musicisti chiamati Kasai Allstars; dall’altro simbolico e colto, come quando risuona una composizione di Aarvo Part (ma eseguita dalla Symphonic Orchestra di Kinshasa), e nei ricorrenti inserti onirici che fanno tanto cinema d’autore e dunque Francia.

Più giovane è Moses Sumney, nato nel 1990 negli Stati Uniti da genitori ghanesi, e che in Ghana si trasferì con la famiglia quando aveva 10 anni: ma era ormai troppo “americanizzato” per potersi integrare nel paese africano, così poi è tornato in California e ha cominciato – molto tardivamente – a fare musica. Il suo primo album, Aromanticism, è stato pubblicato su Jagjaguwar nel 2017. Nel 2018 ha fatto uscire un brano di protesta, Rank & File, un moderno spiritual carico di tensione, dedicato a quanto successo a Ferguson nel 2014: un poliziotto (bianco) uccise un ragazzo nero, ma fu considerata dal procuratore Bob McCulloch (bianco) legittima difesa e questo scatenò varie ondate di rivolta da parte della comunità afroamericana.

« »