Ma Adesso Cambiamo Argomento

e parliamo di...



Mazinga

Sono nato all’alba della terza rivoluzione industriale, quella dell’elettronica e dei computer. Tra i motivi che hanno reso la mia infanzia diversa dalle altre, c’è che mi piacevano molto i fumetti Disney e poco i cartoni animati giapponesi.

Me ne ricordo solo uno, Mazinga. Quello lo guardavo, mi ricordo ancora la sigla, ed è così presente nella mia memoria che ho chiamato così il mio assistente domestico:

Il cui nome completo sarebbe iRobot Roomba 671: ma per me, appunto, è Mazinga. Come l’alleato artificiale di noi umani.

La prima volta che ho sentito parlare di Internet Of Things è stata da un mio studente, austriaco, o forse svizzero, certamente ingegnere informatico. Mi ha affascinato la sua passione visionaria, unita alla tranquillità con cui mi anticipava alcuni cambiamenti che riguarderanno in meglio le nostre vite future quotidiane: per effetto, principalmente, di questa “internet delle cose” (IOT) ovvero della capacità delle cose di parlare tra loro. TUTTE le cose, non solo quelle che oggi definiamo tecnologiche. Insomma, tutte le cose saranno smart- e dunque neanche questa parola avrà più importanza, sarà semplicemente la normalità.

Si tratterebbe, allora, della Quarta rivoluzione industriale.

In un articolo sul Guardian del 2015, si diceva in effetti che a 10 anni da quel momento, tutto sarebbe potuto essere connesso all’internet delle cose. Quindi, se non ci sono stati cambiamenti di programma, gli anni mancanti ora sarebbero 7. E se è facile che questo avvenga almeno per i mezzi di trasporto, gli elettrodomestici, le caldaie, i condizionatori d’aria eccetera, non lo è altrettanto immaginare che lo stesso avvenga con gli oggetti di tipo più tradizionale. Anche la forchetta, il coltello e le lenzuola potranno connettersi? E per dirsi cosa?.

Il 20 agosto 018, la rivista Pandora ha pubblicato una recensione a Internet delle cose (Il Mulino 2017) di Paul Greengard.

In essa si notano alcuni dati globali.

Ci sono 7 miliardi di persone.

Ci sono 12 miliardi di dispositivi, fissi o mobili, connessi a Internet.

Ma ci sono ben 1.500 miliardi di oggetti “connettibili”.

E in questo salto tra 12 e 1500 sta la misura della potenzialità del settore. In un altro articolo si osserva che entro il 2020 i dispositivi connessi saranno 20 miliardi, dunque si va abbastanza velocemente anche se non è proprio un boom (e forse resteranno fuori il coltello e la forchetta, almeno per ora).

La problematicità più ovvia, invece, sta nel fatto che se avverrà questa Quarta rivoluzione un sacco di gente perderà il lavoro, dato che quel lavoro non sarà più necessario.

Ma io questo non lo vedo come un male: se una professione può essere svolta da una macchina, forse significa che non è proprio un gran modo di esprimersi. Gli esseri umani potrebbero essere incentivati ad andare sempre più verso ciò che NON può essere svolto da una macchina, ciò che è peculiarmente umano appunto. E per mia fortuna, credo che tra queste professioni insostituibili, cioè destinate a sopravvivere all’invasione digitale, ci sia anche quella di insegnante.

In una intervista su Repubblica del 14 ottobre 018, Alessandro Baricco e Ian McEwan riflettono sulla possibilità che l’umanità stessa finisca per cambiare, avvicinandosi alle caratteristiche delle macchine. Ma forse potrebbe succedere anche il contrario.

« »