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Jazz

La prima volta che ho messo piede in Friuli è stato nel 2009, e si è trattato della mia prima e unica esperienza come inviato di una rivista musicale. Ma per me era più che altro una vacanza premio, anzi trovavo inconcepibile che qualcuno venisse spesato e pagato per assistere a un festival, pur sapendo che per i professionisti questa è la normalità. Quando ho visto il paesino in cui si svolgeva l’evento, Gradisca d’Isonzo, sembrava finto, una perfetta riproduzione in scala naturale di una cittadina asburgica prima del 1914. Invece era vero, per quanto sospeso nell’immobilità temporale e nel triplo confine spaziale tra Italia, Slovenia e Austria. Ricordo la sensazione frastornante di incontrare di persona musicisti dalla lunga storia, e colleghi giornalisti molto più esperti di me; un’orgia di cene e chiacchiere che contrastava con la successiva solitudine della mia stanza d’albergo.

Al festival si esibiva una cantante di Bologna, Cristina Zavalloni; ma anche molti artisti internazionali. C’era Tim Hodgkinson, a contatto con lo sciamanesimo siberiano impersonato dalla voce tradizionale Tuva di Gendos Chamzyryn. C’era Fred Frith, c’era Keith Tippett, c’erano Han Bennink e Terrie Ex e molti altri. Ma fra tutti, l’unica che poi io abbia davvero continuato a seguire è stata la contrabbassista Joelle Leandre. Nata nel 1951 ad Aix-en-Provence, è stata iperattiva fin dagli anni ’70 nel territorio di confine tra free jazz e musica colta (collaborando con grandi come Pierre Boulez, John Cage, Giacinto Scelsi, Merce Cunningham). La lista dei suoi compagni di strada in ambito jazz, come quella dei suoi dischi e della bibliografia a lei dedicata, sono apparentemente senza fine. Un altro inviato al festival di Gradisca d’Isonzo, Francesco Martinelli, scrisse questo lungo pezzo soffermandosi in particolare su di lei. Tra i tanti articoli accademici poi ve n’è uno del 2009 dal titolo Freedom, responsibility & transformation in jazz and society from Buddy Bolden to Joelle Léandre, che fa riflettere più in generale sul senso dell’improvvisazione.

Chi improvvisa – nella musica, nel teatro, nella danza, nella scrittura – sta facendo la cosa più difficile e affascinante di tutte. In questo avvicinandosi con l’arte a quello che facciamo costantemente nella vita: respiriamo, e improvvisiamo.

Dice Wynton Marsalis che “il jazz è l’arte del qui e ora. I musicisti anticipano il futuro per organizzare il presente nel momento in cui diventa memoria”.

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