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Jasenovac

In agosto abbiamo fatto qualche giorno di vacanza in Istria, e dopo essere tornato ho iniziato a interessarmi alla sua storia e alla contesa che ci fu tra italiani, slavi e austriaci.

Nel 1849 c’era l’Impero austriaco, e la regione si chiamava Litorale austriaco (Kustenland) con capoluogo Trieste. Gli abitanti erano però prevalentemente italiani sulla costa occidentale, e croati sul resto della penisola.

Nel 1863 infatti il glottologo goriziano Isaia Ascoli ribattezzò la penisola come Venezia Giulia, sulla base di motivazioni storiche, linguistiche e soprattutto patriottiche: un nome italiano era infatti funzionale alla rivendicazione dell’area portata avanti dagli irredentisti. Garibaldi e Mazzini spingevano in questa direzione, mentre Cavour riteneva che la disputa fosse da rimandare ai suoi successori.

Quando l’Italia decise di entrare nella Prima Guerra Mondiale a fianco di Francia e Inghilterra, lo fece sulla base del Patto di Londra in base al quale Roma dopo la vittoria avrebbe ottenuto non soltanto il raggiungimento dei confini nazionali con tutti i territori di etnia italiana, ma anche una espansione fino all’entroterra di Zara.

Questi accordi però contrastavano con il principio di autodeterminazione dei popoli, e già nel 1917 sull’isola di Corfù, un gruppo di esuli che rappresentavano sloveni, serbi e croati posero le basi per la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni sulle macerie dell’Impero Austro-ungarico. Il nuovo Stato fu ufficialmente riconosciuto all’indomani della Conferenza di Pace di Parigi nel 1919.

Nel frattempo, alla fine della guerra, le truppe italiane avevano occupato Rovigno, Zara e Fiume, spingendosi fino a Postumia dove erano state fermate dai Serbi. Fu l’inizio di un periodo di estenuanti trattative per trovare un compromesso accettabile, ma gli opposti nazionalismi che dominavano i due regni erano troppo forti. All’Italia Trieste, Gorizia e Pola non bastavano, voleva caparbiamente anche Fiume e fu proprio su questa cittadina che si concentrarono le ostilità diplomatiche.

Il Trattato di Saint-Germain, firmato dal primo ministro Nitti il 10 settembre 1919, risolveva la questione dei confini italo-austriaci (il Brennero) ma non di quelli orientali. Fu allora che Gabriele D’Annunzio organizzò la sua impresa di Fiume, guidando alla ribellione alcuni reparti dell’esercito oltre a seguaci di tutti i tipi: il 12 settembre 1919 l’impresa fu compiuta con l’occupazione della città, senza che né l’esercito italiano ufficiale né quelli di controllo presenti nell’area (Francia, Inghilterra e Usa) trovassero il coraggio di sparare un colpo contro il poeta ribelle e i suoi 2600 strani “legionari”.

Iniziò così la Reggenza Italiana del Carnaro, nome della precaria entità statale guidata da D’Annunzio e non riconosciuta a livello internazionale.

Soltanto il 12 novembre 1920 lo Stato italiano e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) trovarono un compromesso con il trattato di Rapallo, Fiume fu dichiarata “stato libero” e fu usata la forza per fare sloggiare il poeta. Ma all’Italia furono fatte varie concessioni: la città di Zara e le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa. In seguito al trattato, 356 mila italiani che erano stati sudditi dell’Impero Austro-ungarico entrarono nei confini del Regno d’Italia; allo stesso tempo, però, furono annessi ben 490 mila croati e sloveni.

Come è noto, l’audacia e il successo mediatico di questa iniziativa, unite alla confusa impotenza dello Stato italiano nell’arginare l’estremismo nazionalista, fornirono poco tempo dopo a Mussolini il modello da replicare in grande scala con la Marcia su Roma che fu l’inizio della sua dittatura. Ma la natura protofascista dell’impresa di Fiume è ancora discussa: se da un lato non possono sfuggire le analogie, dall’altro si possono individuare in essa caratteri di tipo opposto, più vicini all’estrema sinistra che a quella destra, e in particolare il libertinaggio. Per questo alcuni considerano l’impresa di Fiume addirittura come una prefigurazione con larghissimo anticipo dei movimenti giovanili anni 60.

Di certo D’Annunzio fu un grande leader populista, e l’inventore di quel balconismo scenico all’italiana reso anch’esso celebre da Mussolini a Palazzo Venezia. Così si legge nei suoi appunti durante la spedizione fiumana: «Il popolo tumultuava chiamandomi sotto le mie finestre. La disumana massa ribolliva come materia in fusione. Certe cadenze e clausole mi balenavano dentro come quei baleni che appariscono a fior del metallo strutto. Una forza non più contenibile mi saliva a sommo del petto, mi anelava nella gola: credo mi soffiasse non so che fluorescenza tra i denti e le labbra, gittavo un grido, andavo alla ringhiera, andavo ad bestias? Ad animas? Sì, al popolo».

Per quanto riguarda il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, ebbe una vita non facile trasformandosi nel 1929 in Regno di Jugoslavia.

Tra il 1941 e il 1945 si formò il Regno di Croazia guidato dai fascisti Ustasha alleati del Terzo Reich. La loro crudeltà, poco nota rispetto a quelle di Germania e Italia, si manifestò particolarmente nei campi di sterminio come quello di Jasenovac – chiamato in seguito la “Auschwitz Yugoslava – in cui furono eliminati decine di migliaia di serbi, zingari, ebrei e musulmani. Dal 1966, la zona dove sorgeva il campo è sede di un Memoriale.

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