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Instagramazine

Nel mio rapporto instabile con la realtà, ho spesso oscillato tra la sottovalutazione di me stesso e la megalomania. Probabilmente sono due facce della medesima difficoltà di assegnarmi il giusto valore come essere umano tra tanti esseri umani, con la sua dignità, ma non superiore agli altri.

Ho spesso coltivato sogni impossibili, ma con l’ingenua certezza che prima o poi in qualche modo si sarebbero realizzati. Per esempio, ho sognato di creare e pubblicare una rivista tutta mia, da solo, scrivendola dalla prima all’ultima riga e poi impaginandola, illustrandola, stampandola. Credo che sia una velleità iniziata quando ancora andavo alle scuole elementari, e poi evolutasi con l’età attraverso i vari mezzi che la tecnologia mi ha messo a disposizione.

Partendo dalla carta e la matita sono passato attraverso la macchina da scrivere, gli Intel 486 con il floppy, i siti web, e poi la svolta c’è stata nel 2003 con la valanga dei blog. Il mio si chiamava Il Blog Della Domenica, su Splinder, e resta probabilmente il punto di massimo avvicinamento a quell’utopia della rivista realizzata da una sola persona. Insieme alle successive evoluzioni di Twitter e Tumblr, che sono stati anche i miei principali successi. In quegli anni tra il 2006 e il 2008 che segnarono il big bang dei social network a un certo punto arrivò anche Instagram. Ed è rimasto lì per tanti anni, e il mio primo Instagram è finito vittima degli hacker così nel 2016 ne ho aperto un altro, da zero, senza più nessun contatto con i vecchi amichetti o ex amichetti della blogballotta. L’ho chiamato fotodelladomenica, coerentemente con la mia tradizione.

In questi ultimi anni è l’unico social che ho mantenuto attivo, senza pretese, più che altro per pubblicare le foto dei miei due viaggi in Giappone in un posto dove non andassero perse.

Finché, qualche giorno fa, sfogliando la rivista francese Les Inrockutibles, ho visto la segnalazione di una “instagramazine”, ovvero di una “rivista su instagram”. Come è possibile realizzare una rivista su instagram, mi sono chiesto, e mi sono subito informato: ne aveva parlato Vogue qualche tempo prima. Sono poi rimasto a bocca aperta vedendo come l’autrice in effetti riesce a condensare dei contenuti nei video di 30 secondi consentiti dal formato, e resi eccitanti da un montaggio serrato. E se quei contenuti a dire il vero non mi interessano, la forma mi ha fatto immediatamente venire la voglia di trasformare il mio grigio account in questa nuova meraviglia, la Instagramazine della Domenica, dove potrei pubblicare minivideo per parlare a modo mio di musica, film, politica, o dei miei viaggi, della mia vita quotidiana, di tutte le interessanze che voglio. E ho subito iniziato a usare una app sul cellulare per montare fotografie e testi in formato video, pubblicandole istantaneamente.

La riconosco. È la mia vecchia utopia che si è risvegliata, e reclama attenzione ed energie. Così adesso mi sto allenando per imparare a padroneggiare questo nuovo mezzo che la tecnologia mi mette a disposizione.

La prima applicazione che ho provato a utilizzare si chiama Quik, molto semplice. Molte altre se ne possono trovare, per esempio qui e qui.

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