Ma Adesso Cambiamo Argomento

e parliamo di...



Harvey Specter

Avevo un gruppo di cinque studenti giovanissimi, tutti ingegneri, tutti norvegesi. I primi giorni le cose andavano un po’ così, sentivo della freddezza e faticavo a trovare argomenti di conversazione in classe. Un giorno ho chiesto cosa guardassero su Netflix, e tutti quanti hanno risposto: Suits.

Questo mi ha sorpreso, non pensavo che fosse così famosa. Ho pensato che guardandone una puntata, avrei capito qualcosa anche dei miei cinque norvegesi e mi sarebbe stato più facile stabilire un contatto con loro.

In effetti, non solo Suits mi è piaciuta, ma uno dei suoi due protagonisti mi ha dato parecchio di cui riflettere.

Harvey Specter. Socio senior del grande studio newyorkese Pearson Hardman, di cui è l’avvocato più brillante. Ha fama di cinico, spietato, senza emozioni, e se ne vanta.

Ma lo è veramente? Nella prima puntata della serie assume come suo vice un ragazzino spiantato, preferendolo a una schiera di giovani laureati ad Harvard, e per farlo rischia grosso a sua volta.

Ma lo fa. Perché è prima di tutto un istintuale, e dunque nel dubbio ascolta prima di tutto il suo istinto: ha anche una forte componente razionale, ma non lascia mai che i suoi pensieri o tutte le informazioni che raccoglie lo rallentino nel prendere le decisioni.

Pur ostentando un totale rifiuto della morale, Harvey Specter in tutta la serie finisce sempre per sostenere ciò che diremmo essere “il bene”: e il ragazzino, Mike Ross, ci prende gusto a provocarlo e fargli notare la sua parte emotiva che probabilmente è stata repressa e dunque scalpita per venire fuori.

Harvey Specter insomma sembra incarnare – secondo la definizione del Faust di Goethe “Quella forza che vuole costantemente il male e opera costantemente il bene”. Il Diavolo insomma, che come sappiamo non è mai brutto come lo si dipinge. Specialmente in ogni forma di letteratura e di spettacolo, perché se fosse così brutto come lo si dipinge sarebbe anche molto noioso e dunque smetterebbe di farci paura.

Né il Diavolo, né Harvey Specter possono permetterselo: devono continuare a spaventarci, e anche offenderci al limite, devono preservare la loro fama di squali per continuare a meritarsi il nostro rispetto. Nessuno deve nemmeno pensare che loro vogliano nascondere sotto i denti aguzzi qualche segreta inclinazione buonista.

La presenza del Diavolo ai giorni nostri è anche uno dei grandi temi del capolavoro di Bulgakov, Il Maestro e Margherita, scritto e più volte riscritto fra il 1928 e il 1940 (pubblicato poi postumo nel 1967). La frase del Faust è talmente sostanziale in quest’opera da esserne l’epigrafe.

Nella caotica Mosca degli anni 20, il Diavolo si chiama Woland e il suo arrivo innesca una catena di eventi apparentemente negativi, ma dalle conseguenze alla fine lodevoli.

Negli ultimi anni, la presenza del Diavolo nel nostro mondo si è concretizzata nella persona di Donald Trump: che del Diavolo è il ritratto perfetto, ne ha tutte le caratteristiche fisiche, antropologiche, e ovviamente politiche. È il cattivo delle favole, e infatti noi assistiamo alla politica mondiale come alla narrazione di una favola, o di un film hollywwodiano. Dice il regista francese Mathieu Kassovitz che la migliore serie tv del mondo è l’attualità politica americana, lui la mattina si sveglia e si spara due ore di notizie su CBS, FOX News e tutto il resto. «Uno spettacolo allucinante» dice «Fa venire voglia di morire, ma è geniale».

Il disco LP5000 dei Restorations, uscito nel 2018, ha come tema proprio il nostro rapporto con questo belzebù della nostra epoca, Donald Trump, il cui nome non viene mai fatto esplicitamente perché anche il solo pronunciarlo è dannoso: «No, I don’t wanna hear that name again» (Melt). E l’odio dei giusti verso belzebù non si sottrae dall’augurarne la morte: «Glance at your phone and you mumble, I hope he dies / Yeah, I hope he dies, too».

Prima o poi, del resto, anche questo belzebù passerà e lo vedremo in tutta la debolezza dei fenomeni umani che passano. E chissà se come per il diavolo faustiano, non finiremo per riconoscergli anche qualche risultato positivo ottenuto: magari quello di avere dimostrato i pericoli della democrazia, una forma di governo certo migliore di molte altre ma sempre a rischio di diventare una tirannia della maggioranza (anche solo relativa) ai danni di tutte le minoranze. E che la voce del popolo possa essere quella del demonio lo si capisce già dal Nuovo Testamento, quando il popolo stesso decide di mandare a morte Gesù e salvare Barabba. Poi già, sappiamo che anche Hitler fu eletto democraticamente, ma non ci abbiamo mai troppo riflettuto: perché è scomodo ammettere quanto sia inefficace un sistema che, basandosi sugli umori di masse rese manipolabili nell’era delle comunicazioni – ha reso possibile un tale esito, e rende possibile la sua ripetizione. E a chi vince anche solo una tornata elettorale, fosse anche Belzebù in persona, consegna le chiavi di una nazione in mano. L’odioso ma acclamatissimo sindaco Kobayashi nel film di Wes Anderson L’isola dei cani (2018) è solo uno degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare al riguardo.

Forse allora era necessario l’arrivo di un nuovo belzebù – o anche un’ondata di nuovi belzebù, come in Italia, in Inghilterra, in Russia, in Francia in Germania in Ungheria in Polonia in Brasile e così via – per spingerci finalmente a cercare nuove forme di governo, meno violente, che oggi ancora non esistono se non in via sperimentale (come la sociocrazia praticata nelle comunità intenzionali, e molto efficace in piccoli gruppi). Del resto, la follia della democrazia diretta – sulla quale i 5 Stelle hanno costruito la loro fortuna – porta inevitabilmente al totalitarismo. Dunque dovremmo smetterla di considerare la “democrazia” come una parola totalmente positiva, e certo non per tornare indietro alle dittature o alle monarchie o alle teocrazie, ma per andare avanti. L’umanità dovrà pure arrivare prima o poi a inventarsi costituzioni meno “democratiche”, sì, ma nel senso che saranno più avanzate, più libere e rispettose di quei diritti delle minoranze che una democrazia – controllata dal “popolo” tra virgolette, ovvero da quei politici che hanno vinto le elezioni – non sempre sa garantire.

Comunque il fenomeno speculare, e complementare, al diavolo faustiano dal quale nasce il bene, consiste nei buoni che fanno inconsapevolmente il male. Gli imbecilli, o anche, i buonisti diremmo oggi.

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