Ma Adesso Cambiamo Argomento

e parliamo di...



Grand Tour

Mia nonna usava la parola “beccamorto” per dire “becchino”. Non credo siano mai esistiti beccamorti famosi o importanti, eccetto uno: William Banting. Che famoso non fu però in quanto beccamorto, ma in quanto inventore di una delle attività più importanti del mondo moderno e contemporaneo: la dieta.

Nato nel 1796, Banting veniva da una famiglia di beccamorti di Londra, che aveva avuto più di una volta il prestigioso incarico di organizzare i funerali dei re britannici. Il lavoro di un beccamorto consiste nell’accompagnare le persone alla tomba, ma William Banting alla tomba rischiava di andarci lui, se non avesse curato in tempo il problema della sua obesità. Fu questo che lo spinse un giorno a rivolgersi al dr. William Harvey per migliorare la situazione. Il medico, che aveva assistito alle lezioni del fisiologo francese Claude Bernard a Parigi, gli consigliò di limitare l’assunzione di carboidrati e in particolare amidi e zuccheri. Le indicazioni di Bernard erano rivolte a combattere il diabete, ma Banting ne beneficiò anche dal punto di vista estetico.

L’entusiasmo per i risultati lo portò a raccontare la sua esperienza nel 1863, pubblicando la Letter on corpulence, addressed to the public, che conteneva il piano dettagliato della dieta seguita. Essa consisteva in quattro pasti al giorno, con carne, vegetali, frutta e vino secco.

Il successo dell’opuscolo fu enorme, e lo rese il modello per tutte le successive pubblicazioni dedicate all’argomento. Tanto che in alcuni paesi, la parola “banting” ancor oggi significa “essere a dieta”.

Sempre in Inghilterra, nello stesso periodo, nacque un altro fenomeno fondamentale del mondo di oggi: il turismo di massa. La prima agenzia di viaggi della storia fu fondata infatti nel 1841 da Thomas Cook. E il primo in assoluto di questi viaggi lo organizzò per un gruppo di 500 attivisti anti-alcol, che vennero accompagnati dalla stazione di Leicester a Loughborough (11 miglia di distanza). Ognuno dei partecipanti pagò uno scellino per il tragitto di andata e ritorno.

Ma prima che Thomas Cook ne facesse un business, esisteva già il Grand Tour: una pratica in uso durante il Seicento e il Settecento da parte delle famiglie benestanti europee – soprattutto inglesi – che consisteva nel fare un viaggio di formazione in Italia, culla dell’antica civiltà romana e poi del Rinascimento. Tipicamente si intraprendeva questo Grand Tour al compimento della maggiore età (21 anni), ed era più frequente per i giovani di sesso maschile.

Il 2 giugno del 1819, una bizzarra carrozza bianca in stile “napoleonico”, fabbricata a Londra da un celebre costruttore di carrozze, lasciò Venezia alla volta di Bologna. Il veicolo era dotato di un letto per dormire, di un tavolo e provviste per mangiare – praticamente un camper – ed era seguito da un’altra vettura che trasportava la servitù e gli animali domestici del proprietario. Il proprietario si chiamava Lord George Gordon Byron, o più semplicemente Lord Byron, e arrivò a Bologna dopo un viaggio di quattro giorni, soggiornando all’albergo del Pellegrino in via dei Vetturini – oggi via Ugo Bassi, dove tuttora una targa porta memoria dell’evento. Qui il poeta restò una decina di giorni, e nonostante il caldo insopportabile, riuscì a visitare vari luoghi della città e in particolare la Certosa e la Pinacoteca, prima di ripartire per Ravenna.

Le città principali in cui si faceva il Grand Tour erano Roma, Firenze, Napoli, Pompei, Torino, Milano, Cremona, Siena, Vicenza, Paestum, e Urbino.

Più o meno le stesse di oggi, un’epoca in cui l’apparentemente inarrestabile turistificazione rende sempre più concreto il rischio che una città si svuoti delle proprie comunità locali, e si trasformi nella maschera di se stessa, un guscio ancora bello ma ormai inerte. Il punto di arrivo paradossale di questo processo sarebbe una città senza più residenti, abitata solo da gente di passaggio e dagli addetti alla loro accoglienza.

E si direbbe che tutto sommato, tra turistificazione e desertificazione, non c’è poi molta differenza.

Mi viene in mente un noir del 2016 di Massimo Carlotto che racconta la storia di un serial killer chiamato appunto “il turista”, perché colpisce le vittime in tutta tranquillità grazie all’anonimato garantito appunto dai luoghi sempre affollatissimi di visitatori. Infatti la storia è ambientata a Venezia.

Sono sempre affascinato dal rapporto tra musica e spazio geografico. Quando visito un’altra città mi sembra più facile scoprire artisti che non conosco, anche semplicemente sfogliando le liste dei concerti in programma nel posto.

Anni fa c’era un network chiamato Last Fm che consentiva di fare questo anche a distanza, tenendo d’occhio i posti per la musica dal vivo in qualunque città del mondo. Oggi ce n’è un altro che si chiama Songkick, e fa più o meno la stessa cosa.

Proviamo a fare una ricerca sulla città in assoluto più attiva, Londra. Ecco che per esempio posso vedere chi suona giorno per giorno nei vari locali: il Cafe Oto intento, che è il mio preferito e alcuni anni fa ci sono anche stato. Poi il Barbican Centre, The Dome, il leggendario Fabric, l’EartH (Hackney Arts Centre), l’Elektrowerkz, l’Islington Assembly Hall, il Jazz Cafe, il Lexington, l’O2 Academy Brixton, l’Oslo Hackney, il Rough Trade East, il Roundhouse, il Sebright Arms, l’Union Chapel, la Wigmore Hall (musica classica).

Oppure possiamo seguire il calendario concertistico di Parigi: dove troviamo il Pont Ephémère, l’Olympia, il New Morning, La Cigale, il Cec, Le Gaité Lyrique, Les Etoiles, il Centre Cultural Paul Bailliart, Le Bataclan, Le Pop-Up du Label.

Un’altra cosa bella di Songkick per un turista musicale è che essendo un social network, è possibile vedere quali utenti sono interessati a vedere un concerto, e poi tutti i concerti a cui quell’utente è interessato. Questo ci aiuterà a fare nuove scoperte.

A proposito del turismo in generale, c’è un brano dei Ratafiamm del 2018 che si intitola proprio Turista e rappresenta questa condizione come una metafora di tutta la nostra esistenza. «Con in mano una cartina e la solita domanda: da che parte si guarda?».

« »