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Fiabe sonore

Imparare a leggere, penso di averlo fatto con Topolino un po’ prima di andare a scuola. E non credo di essere stato un lettore particolarmente precoce, o almeno, ricordo pochissime letture importanti nei cinque anni delle elementari. In effetti, l’unico libro che ho fisso in mente è Il giro del mondo in ottanta giorni di Giulio Verne: solo che non era propriamente un libro, ma un audiolibro – cioè una audiocassetta – e per giunta in lingua inglese. Penso di averlo ascoltato talmente tanto che ancora oggi alcune frasi mi riecheggiano in testa. Comunque il fatto che già da piccolo il mio rapporto con la letteratura sia passato attraverso un supporto alternativo alla carta, e in una lingua straniera, indica come fossi destinato a cercare alternative al libro tradizionale. Forse anche per una sorta di ribellione alla famiglia che mi aveva circondato di libri di ogni genere, in ogni angolo della casa, in corridoio, in salotto, e ovviamente in camera da letto. Quasi come se i libri fossero stati la mia culla, e crescendo, ho sentito il bisogno di distanziarmene.

Ma non ho sentito il bisogno di distanziarmi dalle parole, nelle varie forme che le parole possono avere. Anzi proprio parole sono ancora oggi la mia vera casa, e continueranno a esserlo; ma come forse anticipato dal mio precoce innamoramento per quell’ascolto di Giulio Verne, il mio formato preferito è quello dell’audiolibro. E la “vera” dimensione della narrativa, per me, è quella del suo ascolto ad alta voce. Che se da un lato si configura come evoluzione tecnologica rispetto alla vecchia carta – comodamente gestibile dalle applicazioni per cellulare come Audible – dall’altro ne è esattamente l’opposto, è un ritorno alle origini della nostra civiltà. Ai cantastorie. A Omero.

Quando sono andato a vivere da solo, nel 2015, mi sono deciso a fare quel passo che per un intellettuale come me potrebbe sembrare strano se non inspiegabile: liberarmi di tutti i libri, o quasi. Mantenerne soltanto alcuni in bella evidenza, quelli davvero importanti che mi piace non solo poter prendere in mano in qualsiasi momento, ma anche semplicemente guardare per la bellezza del loro aspetto fisico. Oggetti d’arredamento. E tutto il resto via, in cantina, o a casa di mia madre, o regalato a chi lo vuole o persino buttato nella spazzatura in casi estremi.

In realtà non ho smesso di tenere per le mani i libri di carta, solo che li prendo in biblioteca, li tengo con me per un mese e poi li restituisco. Sono sempre stato molto preso dalla vertigine delle novità, dalla sensazione urgente di dover in qualche modo controllare l’infinita gamma dei mutamenti che attimo dopo attimo fanno girare il mondo. E questo vale anche per le novità editoriali: così quando vado in Sala Borsa e cerco qualcosa da prendere in prestito, avrei voglia di mettermi nello zaino tutto quello che è stato scritto in ordine di tempo a ritroso, dal più recente al più vecchio, come in un blog uscito dallo schermo per diventare la realtà quotidiana della mia vita.

Con il tempo ho iniziato a pensare delle tattiche per placare questa mia ossessione, nutrire la bestia nuovista che mi agita.

Per farlo, digito il nome di un editore nel catalogo di Sala Borsa, alla voce “ricerca libera”, poi visualizzo le uscite appunto in ordine cronologico inverso, dalla più nuova alla più vecchia.

Così posso trovare velocemente le ultime uscite di Adelphi, Quodlibet, Minimum Fax, Guanda, Bollati Boringhieri, La Nave di Teseo, Feltrinelli, Marsilio, Einaudi, Sellerio, Nottetempo, Raffaello Cortina, Carocci, NN, Sur, Il Saggiatore, Voland, Nutrimenti, Rubbettino, Neo, Beat, TEA, Chiarelettere. E alla fine mi importa ben poco se sono grandi o piccole, mainstream o indipendenti, l’importante è il risultato cioè che pubblichino libri che mi piacciano.

Ho anche aperto un microblog, che si chiama proprio Sala Borsa, ed è un promemoria dei libri trovati con queste ricerche. Ovviamente non faccio in tempo a leggere questi testi per intero: ho il piacere di prenderli in mano, capire di cosa si tratta, iniziare appena a tuffarmi sotto la loro misteriosa superficie per ammirare brevemente cosa c’è sotto. Ma certo non li leggo per intero.

Con gli audiolibri invece vado fino in fondo, ed è incredibile pensare che soltanto nel 2017 mi sono iscritto ad Audible e dunque ho iniziato a fruirli in modo sistematico: ora mi sembra che tutta la mia vita precedente sia stata una transizione, un’infinita attesa prima di scatenarmi nella conoscenza di grandi classici, nonché di tante altre cose più o meno divertenti o interessanti. In poco più di un anno da allora ho completato opere che avevo sempre avuto lì tra i doveri, i “prima o poi lo leggo”, ma non avrei mai avuto davvero il tempo o la voglia di farlo. Per esempio Dostoevskij (L’idiota, Delitto e castigo), I Miserabili di Victor Hugo, Don Chisciotte di Cervantes, Moby Dick di Melville, Il processo di Kafka, Harry Potter, tutto il ciclo de L’amica geniale, Frankenstein di Mary Shelley, La luna e i falò di Pavese, Il rosso e il nero di Stendhal, Il gattopardo, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, il Decameron di Boccaccio, Lolita di Nabokov, L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, Trans Europa Express di Paolo Rumiz, Millennium Poetry – Viaggio sentimentale nella poesia italiana di Valerio Magrelli, L’ultimo arrivato di Marco Balzano, Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, Vergine Giurata di Elvira Dones. E tanti di più ne rimangono da ascoltare.

Tra novembre e dicembre 2018 ho ascolletto ancora Dostoevskij, con il monumentale I fratelli Karamazov. Ricordo ancora quel vecchio volume che c’era a casa dei miei genitori, chissà quando l’ho visto per la prima volta. E chissà se c’è ancora. Così grosso, ma soprattutto così denso, scritto piccolo e dal contenuto impegnativo, così filosofico. Di certo avevo molto desiderato leggerlo, e avevo pensato: «Prima o poi lo farò». E finalmente, a 43 anni l’ho effettivamente fatto, grazie a Audible. Per aiutarmi a seguire la vicenda, che è davvero complessa, ho usato i provvidenziali riassunti di Sparknotes e la versione del romanzo in pdf.

A cavallo tra il 2018 e il 2019 c’è stato tra le mie ascolletture ancora un classico della letteratura inglese, Cime tempestose di Emily Bronte. L’autrice, nata nel 1818, era una sorella minore di Charlotte Bronte e ai suoi tempi fu considerata di minore importanza rispetto a lei. La famiglia era dello Yorkshire, nell’Inghilterra del Nord. Tra le sue letture c’erano Walter Scott, Byron, Mary Shelley, e la rivista Blackwood’s Magazine. Cime tempestose venne pubblicato nel 1847 con lo pseudonimo di Ellis Bell. Il libro ricevette critiche non del tutto positive all’uscita, e l’autrice morì di tubercolosi poco tempo dopo, ad appena 30 anni di età: il successo enorme di Cime tempestose fu dunque tutto postumo.

Il biennio 1847-48 è stato forse il culmine nell’intera storia della letteratura inglese, un breve periodo in cui le trasformazioni sociali dell’età vittoriana si sono riflesse in un velocissimo avvicendarsi di capolavori uno dopo l’altro. Cime tempestose rappresenta simbolicamente il conflitto tra le due diverse anime venutesi a creare nella società inglese: da un lato la borghesia di Thrushcross Grange, fatta di buoni sentimenti ma anche ipocrita e vigliacca; dall’altro il complesso di Wuthering Heights (“Cime Tempestose” appunto), con il suo caos, la sua sporcizia e la sua violenza, ma anche il suo terribile fascino. Il mondo degli sconfitti, dei reietti e dei rancorosi, a cui non resta altro se non una spietata e perenne ricerca di vendetta. Catherine è come sospesa fra i due mondi, scegliendo di sposare il borghese ma restando innamorata del ribelle: e trovandosi schiacciata dalla lotta senza rimedio fra i suoi due uomini, alla fine sceglie di lasciarsi morire per punirli.

Viene da pensare alla sorprendente attualità di questo romanzo, a confronto con l’Italia di oggi e di tutto il mondo occidentale: fatti delle stesse due anime che troviamo nell’opera, quella della borghesia ragionevole ma debole, contro cui si scaglia quella dei populisti, tanto forti quanto selvaggi e malefici. Questa lettura si potrebbe confrontare con la Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura.

L’intera catena di vendette viene inaugurata da Hindley, che non accettando l’orfanello Heathcliff adottato dal padre, e rifiutandolo per gelosia, ha fatto nascere in lui il germe del rancore. Che Heathcliff sia un diverso è evidente anche dal fatto che Edgar lo chiama “zingaro”. Cime tempestose è dunque anche la storia di un’accoglienza del diverso, un tentativo di integrazione andato male da cui derivano conseguenze distruttive per tutti.

Un’analisi dell’opera si trova su Shmoop.

Su Sparknotes ci sono i riassunti del libro: per esempio i capitoli 10-14. Nel capitolo 10, il rinnegato Heathcliff – orfanello adottato da piccolo, ma poi disprezzato e sfruttato dalla famiglia, innamoratosi di Catherine, e dissoltosi per tre anni nel nulla dopo che lei aveva deciso di fidanzarsi con il ricco bravo ragazzo Edgar – ritorna improvvisamente a Wuthering Heights, incontrando Catherine e Edgar ormai marito e moglie, fino a quel momento felici. La sua comparsa, come di un fantasma che ritorna, entusiasma lei e scatena la gelosia di lui: è la fine della pace coniugale.

L’ex ragazzaccio si è trasformato in un uomo di bell’aspetto, gentile e benestante, ma con ancora un lampo di natura selvaggia negli occhi. Invitato da Hindley, ha accettato di prendere la sua residenza a Wuthering Heights. Durante le visite di Catherine e della sua cognata Isabella a Heathcliff, quest’ultima inizia a innamorarsi di lui, che è ancora palesemente innamorato di Catherine.

Cime tempestose è una storia sul potere distruttivo delle passioni e delle emozioni: a partire da quelle di Catherine, che è incapace di controllare le proprie fino al delirio. Le atmosfere sono cupe e piene di orrore. Tipica del romanzo gotico è la capacità di trasformare un oggetto familiare e solitamente rassicurante in un portatore di paura. Nella parte iniziale del romanzo c’è anche un’apparizione dei fantasmi di quei personaggi che poi saranno l’oggetto della narrazione principale.

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