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Festival del cinema

Tra le tante cose che ho fatto finta di fare, mentre ero iscritto all’università, c’è stato il cinema. Registravo il suono in presa diretta nei cortometraggi dei giovani e ambiziosi registi a Bologna, ed ero anche entrato in una associazione che si chiamava La Libellula A Sonagli. Questo era più che altro un modo per avere degli amici, cosa che per me non è mai stata facile, dunque è stata una gran fortuna. Inoltre in qualità di membro dell’associazione ho scroccato l’accredito per andare ad assistere al primo Festival del Cinema della mia vita, a Venezia nel settembre 2001.

Mi sentivo un intruso, perché di cinema non ci capivo niente e non a caso mi occupavo di suoni e di colonne sonore; mentre alcuni miei compagni di avventura erano davvero bravi, e altri invece erano cialtroni pretenziosi e frequentavano il giro solo per scopare. È quel tipo di mondo e di classe sociale che sarebbero stati un decennio dopo immortalati in Velleità, uno dei brani più caustici de Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani, del 2011. Quel disco in effetti ha bollato per sempre, con crudele precisione, con il marchio della miseria, del fallimento e dell’ipocrisia, quel tipo di intellettuali nati tra gli anni 70 e i primi 80, gli “hipster” e gli “indie”, che poi sono gli stessi «romani mantenuti a New York» raccontati nel 2017 dal romanzo Class di Francesco Pacifico.

Se vogliamo essere onesti però, al netto delle miserie, dei fallimenti e delle ipocrisie di quella generazione, c’era davvero chi aveva qualcosa da dire, chi univa al fascino anche la genialità o almeno la profondità, c’erano quelli che contemporaneamente scopavano e ne capivano di cinema. E suscitavano tutta la mia invidia e la mia ammirazione.

La cosa che ricordo del festival, più che i singoli film, era il fascino per quelli che si sedevano al cinema la mattina presto e ne uscivano la sera tardi, divorandosi i film gli uni dopo gli altri, ogni giorno una maratona, ogni giorno quattro o cinque opere da aggiungere alle proprie enciclopediche conoscenze.

Penso che mi attirasse soprattutto questo, il loro completismo, la coerenza e la costanza per andare a fondo nel conoscere un argomento. Quello che a me, abituato a saltare da un interesse all’altro, è sempre mancato.

Dopo quell’esperienza isolata e ormai lontana del Festival, sono rimasto molto discontinuo nella mia frequentazione del grande schermo, ma il desiderio della maratona cinematografica mi è rimasto come l’ideale di una ascetica vacanza dal mondo, paragonabile all’immergersi per un giorno nella natura.

Il mio ideale sarebbe potermi guardare tutti i film d’autore che voglio nella comodità del mio divano di casa, esattamente come la maggior parte dei miei coetanei guarda serie televisive su Netflix. Peccato che su Netflix o Amazon Prime il cinema d’autore sia ben poco, e allora bisogna cercare di volta in volta, un po’ qua un po’ là, su Youtube e anche in posti di dubbia moralità.

È possibile sfogliare per esempio tutti i film in concorso nella storia del Festival di Berlino e del Festival di Cannes: mi piacerebbe potermeli guardare come un topo di cineteca, come i giovani oggi guardano Netflix e Amazon Prime. C’è da dire che anche Netflix sta cercando di colonizzare il cinema d’autore, e nel 2018 ha sbancato Venezia con il Leone d’Oro grazie a Roma di Alfonso Cuaron. E altri film apprezzati come Calibre di Matt Palmer.

Non è troppo da trascurare nemmeno mamma Raiplay, dove ad esempio si può vedere L’amica geniale, lo sceneggiato del 2018 tratto da Elena Ferrante.

Purtroppo il servizio più ricco di film d’autore, Hulu, è disponibile solo negli Stati Uniti. Ma per fortuna ho scoperto una sua clonazione di dubbia legalità, 123Hulu, e qui ci sono anche film d’autore nuovissimi. La scocciatura è che quando lo uso sul cellulare ti inonda di notifiche non richieste, ma a parte questo funziona perfettamente.

Il mio sogno delle maratone cinematografiche si è dunque realizzato. Per esempio posso le opere del Festival di Berlino 2017: On Body And Soul dell’ungherese Ildkò Enyedi, ambientato in un mattatoio (qui).

Ana, Mon Amour del rumeno Calin Peter Netzer (qui).

Bright Nights di Thomas Arslan (qui).

The Dinner di Oren Moverman, con Richard Gere (qui).

A Fantastic Woman di Sebastian Lelio (qui).

Tra i film d’autore usciti nel 2018 ci sono:

Cold War di Pawel Pawlikowski (qui).

Blakkklansman di Spike Lee (qui).

First Reformed di Paul Schrader (qui). Visto.

Disobedience di Sebastian Lelio (qui).

The Death Of Stalin di Armando Iannucci (qui).

Colette di Wash Westmoreland (qui).

Widows di Steve McQueen (qui).

Puzzle di Marc Turtletaub (qui).

The Hate U Give di George Tillman Jr. (qui).

Sorry To Bother You di Boots Riley (qui).

Eighth Grade di Bo Burnham (qui).

Leave No Trace di Debra Granik (qui).

Crazy Rich Asians di Jon M. Chu (qui).

Blindspotting di Carlos Lopez-Estrada (qui).

The Scent Of Rain & Lightning di Blake Robbins (qui).

The 15:17 To Paris di Clint Eastwood (qui).

Phantom Thread di Paul Thomas Anderson (qui).

Dal Festival di Berlino 2018:

7 Days In Entebbe di José Padilha, l’autore brasiliano di City Of God (qui).

Black 47 di Lance Daly, sulla tragica potato famine irlandese (qui). Visto.

Damsel di David e Nathan Zellner (qui).

Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot di Gus Van Sant (qui).

In The Aisles di Thomas Stuber (qui).

Isle Of Dogs di Wes Anderson (qui). Visto.

The Real Estate di Mans Mansson e Axel Petersen (qui).

Unsane di Stephen Soderbergh (qui).

Utoya July 22 di Erik Poppe (qui).

Film usciti nel 2017:

The Post di Steven Spielberg (qui).

The Shape Of Water di Guillermo Del Toro (qui).

Proud Mary di Babak Najafi (qui).

All The Money In The World di Ridley Scott (qui).

Oppure si può fare la ricerca per autore.

I film del francese Benoit Jacquot sono qui.

Joachim Lafosse è qui.

Il tedesco Christian Petzold è qui.

Malgorzata Szumowska è qui.

Il norvegese Erik Poppe è qui.

Ma per fare prima ho creato un altro microblog, si intitola appunto Festival del Cinema, per raccogliere tutti i link ai singoli film.

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