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Enneagramma

Il 2014 fu per me un anno strano, dedicato a curarmi in tutti i modi le ferite per una relazione conclusa da tempo ma che continuava ad avere l’effetto di Odette de Crécy su Swann. Quell’estate avevo concluso un anno di terapia gestaltiana, che mi aveva a tratti esaltato – soprattutto per il suo impianto teorico – e a tratti deluso – soprattutto per la sua realizzazione pratica. Fatto sta che a conclusione del percorso, potevamo scegliere uno fra tre laboratori intensivi dedicati a temi specifici.

Uno di questi era l’enneagramma. All’epoca non sapevo cosa fosse, e a occhio temo di dover ammettere che mi sembrava la solita disciplina un po’ mistica e un po’ sciamanica mirata a promettere illuminazioni e salvezze a buon mercato, come nel corso degli anni ne avevo già incrociate tante. E scelsi di fare un altro laboratorio.

Ho vissuto ancora svariati anni nella mia felice ignoranza, prima che qualcuno mi iniziasse a far almeno intuire le potenzialità di questo strumento, e mi spingesse a leggere un libro introduttivo. Da allora continuo a cercare l’opportunità di fare un laboratorio esperienziale su questa tecnica, essendo questo l’unico modo per poterla effettivamente mettere in pratica. E ovviamente mi mordo le dita per avere rinunciato a farlo quando mi fu posto su un piatto d’argento.

Forse ciò che mi ha conquistato di questa tecnica è che la sua suddivisione degli esseri umani in nove tipologie non avviene in base a criteri astratti né tantomeno esoterici, ma interamente psicologici; e per identificare l’enneatipo di appartenenza bisogna davvero scavare a fondo nella conoscenza di una persona. Per questo è già abbastanza difficile riconoscere il proprio, figuriamoci quello degli altri: tuttavia ci si può sempre provare, e per me lo ammetto è anche un gioco.

Per cominciare, si dividono i caratteri in tre gruppi fondamentali: istintuali, razionali ed emotivi. Questi ultimi sembrerebbero i più facili da riconoscere, anche se non è detto: per quanto mi riguarda, al momento sono abbastanza certo di essere un emotivo. A loro volta, ognuna di queste tipologie si divide in tre enneatipi: nel caso degli emotivi, sono il 2 il 3 e il 4. Ognuno di questi enneatipi corrisponde a determinate qualità, difetti. Io credo di essere un 4, o “emotivo basso”, perché ritrovo in me con impressionante precisione le sue caratteristiche. Il 4 tende all’invidia e a una visione tragica dell’esistenza – dunque ha anche uno spiccato senso del comico – e una particolare sensibilità all’arte. Questo significa la ricerca al tempo steso del bello e dell’originale: tutto quello che fa il 4 deve essere distintivo, e renderlo unico. Ecco cosa c’è al fondo delle mie scelte e del mio stile di vita: l’originalità. Spesso l’idea che io possa ripetere quanto già fatto da altri mi risulta insopportabile, ma questa spinta all’essere originale a tutti i costi è più un’ossessione che una realtà. E questa ossessione mi costa cara, perché mi fa complicare tutte le cose semplici.

Sono sempre stato affascinato dagli istintuali, e nello schema dell’enneagramma il mio maestro sarebbe il tipo 1 che è l’istintuale moralista, che sa sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un celebre esempio di carattere 1 è Johann Sebastian Bach, infatti la sua musica ha un senso di perfezione e inevitabilità che ce la fa sentire divina. Non è una bellezza che emoziona ma una bellezza che stupisce e suscita ammirazione infinita.

Un altro istintuale è il carattere 8, comunemente detto “il boss”. Un ottimo esempio si trova ne Una lotta meravigliosa, il libro autobiografico di Ta-Nehisi Coates, uno dei più brillanti intellettuali afroamericani della nuova generazione. A pagina 36 descrive come era suo fratello Bill, «che aveva sempre torto… Ascoltava selettivamente, e prendeva sul serio solo la sua bussola interiore, tarata, secondo lui, sul modo in cui il mondo girava. Era un toro, con pensieri semplici, e anche se lo trovavo insopportabile, e non ero il solo, la sua fermezza generava in me il massimo rispetto. Mio fratello non era un tipo riflessivo, e questo lo rendeva impavido. Se ti vedeva immischiato in una rissa si buttava in mezzo a menare le mani, ma gli ci volevano diversi giorni prima che gli venisse in mente di chiedere perché ci stavamo picchiando. Era anche leale, e questo gli procurava sempre degli amici ovunque decidesse di appendere il suo cappello con la B di Baltimora. Quell’estate, nei dormitori della Towson, allargò la sua cerchia di alleati. Cominciò ad andarsene in giro su a nord fino a Liberty Heights, all’angolo tra Wabash e Sequoia, a più di un chilometro di distanza dal Mondawmin. Non lasciò del tutto Tioga, ma un aspirante re ha bisogno di vassalli in ogni terra».

Un’altra 8 conclamata della letteratura contemporanea è Lila, ovvero l’indomabile, magnetica, generosa e cattiva, rapace e testarda amica geniale del romanzo di Elena Ferrante. Nei primi giorni di ottobre sono andato a vedere al cinema le prime due puntate della trasposizione televisiva, girata da Saverio Costanzo, ed è stata un’occasione per ripensare alle mie vecchie ipotesi sui loro enneatipi. Ho sempre pensato che Lenù invece fosse un’emotiva, ambiziosa, bisognosa di successi esterni per colmare proprie insicurezze. Il suo peccato è la menzogna e la finzione. Insomma: un 3. Per Lenù la cosa più importante è fare bella figura; per Lila, fare bella figura è la cosa meno importante di tutte.

Procedendo nell’ascolto dell’audiolibro, credo di avere capito un possibile significato nascosto della quadrilogia: le due amiche insieme rappresenterebbero una metafora della scrittura, e più in generale della creatività. Essa nasce infatti dal rapporto intenso ma difficile tra due forze assai diverse come Lila – istintuale, ignorante ma anche folgorante nelle sue intuizioni appunto geniali – e Lenù: ipercolta, disciplinata, raffinata, ma piena di insicurezze e ansie da prestazione. Lenù è anche quella che alla fine mette il nome su ciò che pubblica e cerca la celebrità, mentre Lila vorrebbe soltanto sparire nel nulla; eppure Lenù non saprebbe cosa scrivere se non fosse a contatto con Lila, la sua vera fonte di ispirazione.

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