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Dumka

Nel 2016 ho comprato da Decathlon una tenda, grande e comoda, nell’eventualità di usarla in Sicilia. Invece è rimasta lì ad aspettare, per due anni, fino a che quest’estate ho preso la macchina per fare un giro di cinque giorni in Slovenia. E questo è stato il primo campeggio della mia vita, nel senso che per la prima volta mi sono dovuto montare la tenda e pensare a tutto senza dipendere da altri.

La tenda si è rivelata all’altezza delle aspettative, tanto da resistere anche ad un paio di notti di tempesta delle quali l’ultima particolarmente violenta: mi faceva impressione sentire lo scroscio fitto della pioggia e la spinta del vento così forte, e al tempo stesso mi tranquillizzava sentire che la struttura che mi proteggeva era solida.

Nelle lunghe passeggiate che ho fatto nel cuore della natura, tra fiumi, campagne, colline e piccoli borghi un po’ somiglianti a quello piccolo delle Marche dove nacque mio padre, ho ascoltato un audiolibro del 2008 di Paolo Rumiz, “Trans Europa Express”: un viaggio al di là della ex cortina di ferro, in quello che una volta era l’”altro mondo”, e che invece è una parte importante e sottovalutata della nostra Europa. In effetti, uno dei motivi che per me rendono così importanti i libri di Rumiz è la loro ricerca della vera anima dell’Europa, questo continente che sembra non averla più e che per troppo tempo abbiamo identificato con i potentati economici (fomentando così la rabbia scomposta dei populisti).

In un altro libro dedicato alla prima guerra mondiale e intitolato “Come cavalli che dormono in piedi”, Rumiz dice che “è tempo di ribaltare la nostra identità europea come un calzino”: questa infatti sembra essere la sua vera missione di fondo al di là dei singoli argomenti trattati. In questo caso, l’autore cerca le storie delle migliaia di italiani “nati dalla parte sbagliata”, triestini e trentini che dovettero combattere per l’Impero Austriaco nella prima guerra mondiale. Derisi e disprezzati da entrambe le parti, in più di 25mila persero le loro vita sui fronti della Russia e della Serbia, ma di loro non rimane neppure il nome perché gli archivi austriaci furono distrutti dopo il 1918. Erano storie scomode, che nessuno ha voluto raccontare fino a oggi.

Al minuto 9’15” dell’audiolibro, Rumiz osserva che dalle sue parti “il passaggio dall’allegria alla malinconia è istantaneo, come quello dei violinisti zingari del Danubio”. Questo mi ha fatto venire in mente la dumka, un genere musicale originario dell’Ucraina e diffuso in tutti i paesi slavi. Anche se la parola “dumka” significa “pensiero”, questo genere è in realtà caratterizzato dai cambi improvvisi di stato d’animo, dalla malinconia all’esuberanza. Una forma che è dunque espressione dell’incontenibile emotività di questi popoli, che infatti possiamo estendere fino al nordest italiano di Rumiz.

Molti compositori classici sono partiti dagli schemi del folk per infondere vitalità alle proprie composizioni, e il più famoso a farlo con la dumka fu Antonin Dvorak. Infatti il suo Trio op.90 in mi minore è costituito da sei movimenti, ognuno dei quali è una dumka (ragione per la quale l’opera viene a volte chiamata il “dumky-trio”). C’è un articolo accademico pubblicato nel 1993 che analizza proprio il rapporto fra la dumka di Dvorak e il più generale concetto di nazionalismo in musica.

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