Ma Adesso Cambiamo Argomento

e parliamo di...



Diade

“Nonviolenza”, con trattino o senza trattino, è forse l’unica parola italiana che si definisce per negazione. Come a dire che non esiste un vero e proprio contrario di “violenza”: molte parole vi si possono soltanto avvicinare. Questo mi fa pensare che il senso della violenza sia nel fatto stesso di definire qualcosa in modo netto e indiscutibile, e invece la nonviolenza stia appunto nel ritrarsi, evitare di voler imporre la propria scelta.

Nella vita non sono mai stato molto a contatto con la violenza fisica, che per me appartiene più che altro al mondo della fantasia, della letteratura o del cinema. In compenso la violenza che non si vede, quella psicologica e verbale, ha fatto parte del mio mondo credo fin dall’ infanzia ovvero ben prima che potessi svilupparne qualsiasi tipo di consapevolezza.

Soltanto nel 2017 mi sono accorto di quanto le nostre relazioni in famiglia, nella coppia, nel lavoro e in tutta la vita sociale siano permeate da modelli violenti. Usiamo violenza quando parliamo, quando pensiamo, e perfino quando ascoltiamo. È da quel momento che ho iniziato a lavorare per limitare o eliminare questa modalità dalla mia vita, e sono convinto che il futuro del genere umano sia nell’adozione di pratiche di comunicazione nonviolenta, senza le quali la stessa violenza fisica resterà sempre incombente.

Nelle relazioni di coppia ma anche di amicizia, vorrei poter praticare la tecnica della diade, e mi dispiace che quasi nessuna delle persone che frequento la conosca: ciò mi dà la misura di quanta strada sia ancora necessario fare in questo campo.

Nella diade, due persone si mettono faccia a faccia sedute in posizione comoda. Si parla a turno, 5 minuti a testa, per quattro turni complessivi. Durante il primo turno, se si vuole, si può dichiarare un argomento, o una questione che chi parla vuole affrontare nella diade, ma non è obbligatorio farlo. L’importante è che l’ascoltatore rimanga in ascolto, senza interrompere, e senza interferire nemmeno con gesti o espressioni del viso. Chi parla invece, eviterà di comunicare in modo violento. Non accuserà il suo interlocutore di qualcosa, ma si concentrerà sulle proprie emozioni, sensazioni e pensieri. Alla fine del turno, i due interlocutori si ringraziano a vicenda e la parola passa all’altro. L’argomento è libero, in una coppia la diade può servire per elaborare conflitti e problemi. Dà l’occasione per dire ciò che volevamo dire da un po’ ma non trovavamo mai il momento giusto, e che rischierebbe di rimanere non detto. Dà anche l’occasione per lasciare fluire pensieri che hanno bisogno di tempo per generarsi. La diade può essere anche invocata come alternativa a un litigio classico, individualista in cui si cerca di prevalere sul’altro, magari alzando la voce, e ci si accusa a vicenda, tipicamente alimentando a vicenda la propria rabbia e finendo per dire cose che non si pensano, creando ferite non necessarie che se non risolte diventeranno rancori.

Il litigio classico è un gioco a somma zero in cui si può definire di volta in volta un vincitore e un perdente, e in una coppia provoca facilmente voglia di rivalsa, sadismo e umiliazione. La diade è un gioco di collaborazione in cui entrambe le parti hanno interesse a farsi capire dall’altro.

Nel film 120 battiti al minuto, che racconta la storia di un gruppo di attivisti francesi che difendevano il diritto dei sieropositivi, si mostra come funzionavano i dibattiti: c’erano due moderatori, e tutti i partecipanti potevano parlare su qualsiasi argomento. Quando finiva il tempo, il moderatore faceva un gesto per indicare all’oratore di concludere. Per esprimere consenso non si applaudiva, ma si schioccavano le dita.

Queste forme di gestione nonviolenta di un dibattito pubblico sono oggetto della sociocrazia, una pratica che mi è capitato di sperimentare frequentando l’ambiente degli ecovillaggi. In quel caso c’era un’alternativa ancora più silenziosa per esprimere il consenso: si alzavano le braccia al cielo facendo oscillare le mani. Sembra paradossale a pensarci, ma c’è qualcosa di violento anche negli applausi.

Tra i tanti discorsi pubblici sulla nonviolenza, c’è quello pronunciato dal musicista Leonard Bernstein il 25 novembre 1963, all’indomani dell’assassinio di Kennedy.

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