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Comunità intenzionali

In un gioco tra amici, abbiamo immaginato di darci a vicenda un nome alternativo a quello reale. Quando è arrivato il mio turno, li ho ricevuti tutti religiosi e pacifici, con una larga prevalenza di Christian: per i miei amici, uno con la mia faccia, il mio fisico e il mio modo di fare dovrebbe chiamarsi Christian. Un nome per me sorprendente, viste le mie attitudini anticlericali, che forse sono diventate meno vistose rispetto a quando ero giovane: ma forse è sempre difficile accettare per la seconda volta un dome dato da altri, dopo quello che i tuoi genitori – e senza ancora nemmeno averti visto in faccia – ti diedero a priori.

Inoltre, riguardo a Christian, sapere che trasmetto questa immagine di bontà all’esterno mi ha messo un po’ di inquietudine, perché temo di non esserne all’altezza. In compenso mi diverte pensare alla possibilità di guardarmi allo specchio e dire «che cazzo fai, Christian!».

Nel quartiere di Christiansavn a Copenhagen, c’è un posto chiamato Freetown Christiania dove oggi abitano un migliaio di persone. È una comune anarchica nata nel 1971, sull’onda delle utopie dell’epoca, e più precisamente si può definire una comunità intenzionale: ambiente nato con lo scopo di mantenere un’alta coesione sociale tra i loro componenti.

Di queste comunità intenzionali (pur non chiamandole così) parla anche un libro che sto leggendo in questi giorni: Il metodo Ikigai, di Héctor Garcìa e Francesc Miralles: I segreti della filosofia giapponese per una vita lunga e felice.

Gli autori (che citano altre ricerche di Dan Buetter, in Lezioni di lunga vita) hanno identificato cinque zone nel mondo che presentano casi di longevità eccezionale. In tre di questi casi si tratta di isole, e questo si può capire, perché stare su un’isola incentiva la coesione tra gli abitanti. La prima è infatti il nord di Okinawa, in Giappone, dove tra l’altro si trova il cosiddetto “villaggio dei centenari”.

Sulla speranza di vita influisce positivamente il concetto di moai: il gruppo di amici intimi, che condividono gli stessi interessi e si aiutano a vicenda.

I membri del moai devono versare una quota mensile. I soldi raccolti vengono usati per le attività del gruppo, a cui tutti i membri possono partecipare: per esempio le assemblee, le cene, il gioco degli scacchi giapponesi (shogi) e quello cinese antichissimo del go.

Se avanza denaro, viene distribuito a un membro a rotazione. E se un membro del gruppo è in difficoltà economiche, questo versamento si può anticipare per aiutarlo. È una forma primitiva di risparmio gestito, che favorisce la stabilità finanziaria e dunque anche quella emotiva.

Un esempio estremo e inquietante di comunità intenzionale è il film Un affare di famiglia del giapponese Hirokazu Koreeda, Palma d’Oro a Cannes 2018. Come dice il titolo, racconta vicende legate a una famiglia, e fino a qui niente di strano: senonché veniamo progressivamente a scoprire che quella “famiglia” è una famiglia di fatto ma non di nome, essendosi i suoi elementi incontrati in varie situazioni senza avere tra loro legami di sangue. Insomma si sono scelti e hanno più o meno consapevolmente accettato di fare parte di una famiglia inesistente. Anch’essa è in un certo senso una comunità intenzionale insomma.

Legato al concetto di comunità intenzionale è anche quello delle transition town, il movimento delle “città di transizione” che si propongono di rendere meno catastrofico l’impatto con la prossima fase del nostro pianeta: quella in cui verosimilmente gran parte delle città tradizionali verranno sconvolte dall’impatto del riscaldamento globale e l’esaurimento delle risorse petrolifere. Il movimento delle transition town è stato fondato dall’esperto di permacultura Rob Hopkins a Kinsale (Irlanda) e Totnes (Inghilterra) tra il 2005 e il 2006. Nel suo saggio Energy Descent Action Plan, il fondatore esprime le sue proposte di tipo resiliente sui temi dell’energia, della salute, educazione, economia e agricoltura. Il primo scopo di una città di transizione è quello di raggiungere l’indipendenza energetica. In Italia, uno dei primi paesi riconosciuto dal network di Transition Town è stato Monteveglio in provincia di Bologna.

Ma torniamo a Christiania. Christiania prende il nome da Cristiano IV di Danimarca. Nato nel 1577 e morto nel 1648, è il monarca scandinavo che ha regnato più a lungo (59 anni). La casata era quella degli Oldenburg. All’epoca esisteva un unico regno di Danimarca-Norvegia, ed era una monarchia elettiva. All’età di 3 anni Cristiano era già stato scelto come successore da suo padre Federico Secondo. Quando questi morì, nel 1588, Cristiano ne aveva 11 ed era ancora troppo piccolo per regnare. Lo Stato fu dunque guidato da un consiglio di reggenti fino al raggiungimento della maggiore età del principe, che fu incoronato il 29 agosto 1596 all’età di 19 anni. Pochi giorni prima aveva firmato il documento chiamato haandfaesting, l’equivalente scandinavo della Magna Charta, che a ogni sovrano spettava sottoscrivere.

Nel 1606 fece visita a suo cognato James Sesto di Scozia, re di Inghilterra. Entrambi erano buoni bevitori e potevano bere grandi quantità di alcol senza ubriacarsi. Lo stesso non si poteva dire però per gli altri componenti della corte: lo spettacolo svoltosi per l’occasione (un ballo in maschera, forma di intrattenimento allora in voga) fu descritto come un clamoroso insuccesso perché i partecipanti caddero a terra da quanto erano ubriachi.

Oggi ci sono molti motivi per i quali Cristiano IV viene ricordato e tuttora ammirato dal popolo danese. Fu lui per esempio a mandare un gruppo di esploratori alla conquista della Groenlandia, e da lì in America. Lo scopo era trovare il famigerato passaggio a Nord-Ovest che avrebbe consentito di ottenere un accesso navigabile all’Oceano Pacifico.

La spedizione guidata da Jens Munk arrivò nel 1619 con due navi nella zona che più avanti prenderà il nome di Churchill, nella baia di Hudson (Canada). La missione si concluse con la morte di quasi tutto l’equipaggio di 64 persone durante l’inverno. Furono solo tre i sopravvissuti che poterono ritornare in Danimarca.

Molti secoli prima di questa spedizione (e anche molto prima di Cristoforo Colombo) erano stati i guerrieri Vichinghi ad attraversare l’Atlantico partendo dalla Scandinavia, raggiungendo anche loro il Canada e stabilendo un insediamento a Newfoundland. Nel 2010, alcuni ricercatori hanno riprodotto una delle loro navi, per replicare questo viaggio leggendario.

A questo popolo è dedicata anche la serie Netflix dal titolo appunto The Vikings. Sicuramente è interessante anche se sono un po’ stufo di queste storie medievali dove gli uomini sono tutti guerrieri e le donne solo carne da stupro. A volte penso che vorrei vedere una serie dedicata alla noiosa e pacifica vita di una famiglia di contadini.

«Cosa fa un uomo?» chiede il papà vichingo al bambino la notte prima della cerimonia di iniziazione. «Combatte», risponde il bambino. «E poi?» chiede ancora l’uomo. «Protegge la sua famiglia», risponde l’aspirante uomo. Un modello di comportamento che oggi non funziona più, anche se per molti è tranquillizzante.

Tornando a Cristiano IV, egli fu molto legato alla Norvegia, in cui passò più tempo che ogni altro sovrano danese. Dopo l’incendio durato tre giorni che distrusse Oslo nell’agosto del 1624, decise che la città non fosse ricostruita nella stessa area, ma si spostasse in un’altra, presso la fortezza di Akershus. Questa città totalmente nuova fu chiamata Christiania, un nome che ha mantenuto fino al 1925 quando ha ripreso quello originario di Oslo.

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