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Classe disagiata

«Non mi è mai mancato nulla»: questa è la frase tipica di molti della mia generazione, e anche leggermente successiva, diciamo dei nati fino alla fine degli anni 80. Non ci è mancato nulla, con riferimento ovviamente ai beni materiali, e con questa frase esprimiamo la nostra appartenenza a una classe agiata. Peccato che poi, nell’arco di una generazione, questa classe agiata si sia rovesciata nel suo opposto: di ciò parla appunto il libro Teoria della classe disagiata, di Raffaele Alberto Ventura, pubblicato in rete nel 2015 e da Minimum Fax nel 2017.

Come è avvenuto un simile ribaltamento? Secondo l’autore, in effetti, la linea che separa l’agio dal disagio è molto sottile e si fa presto a passare dall’altra parte. Diventando grandi, la situazione globale è cambiata, la crisi economica è scoppiata, e abbiamo cominciato a rinunciare a quello che ormai davamo per acquisito: tranquillità economica, serenità lavorativa, possibilità di soddisfare la nostra voglia di superfluo.

Oggi non ci sentiamo più in grado di soddisfare i nostri bisogni, e questo genera frustrazione, rabbia, angoscia, paura.

Ma il concetto di bisogno non è assoluto, è relativo: dipende da come siamo abituati.

Ventura per spiegarlo introduce la storia di A Rebours, un romanzo pre-proustiano di Joris-Karl Huysmans del 1884. Parla del ricco duca Jean des Esseintes, che un giorno raccattò per strada un ragazzino povero di nome Auguste Langlois: lo portò con sé al bordello, offrendogli l’opportunità di spassarsela come non gli era mai capitato; e ogni 15 giorni ripeté l’operazione. Dopo tre mesi, il ragazzino si era talmente abituato a quell’esperienza godereccia che non avrebbe più potuto farne a meno. Il progetto del duca non era generoso, ma diabolico: una volta privato di questo piacere, il ragazzino sarebbe stato disposto a tutto, anche rubare e uccidere, pur di ritrovarlo: sarebbe diventato un mostro.

Insomma, conclude Ventura, «Per rendere infelice un uomo è sufficiente abituarlo a uno stile di vita che non può permettersi: l’infelicità aumenterà il suo risentimento nei confronti della società, incapace di garantire bisogni divenuti assolutamente necessari. E il risentimento fomenterà la rivolta».

Per capire i fenomeni economici, bisogna dunque usare un po’ più di psicologia e un po’ meno di economia: i comportamenti delle persone nel soddisfare i propri bisogni non sono sempre razionali, Ventura parla di una “gerarchia dei bisogni” che a volte viene rovesciata, inseguendo il superfluo per rinunciare all’indispensabile. Ed è la stessa cosa che tanti anni fa un mio amico siciliano mi aveva fatto notare a proposito dei suoi conterranei, che pur di farsi i cerchi in lega della macchina erano disposti a morire di fame.

Questo rapporto autolesionista nei confronti degli status symbol fu spiegato già nel 1899 da Thorstein Veblen, autore di quella Teoria della classe agiata alla quale il libro di Ventura esplicitamente si ispira. In esso ha definito l’effetto Veblen, riguardante quei beni la cui domanda non diminuisce con l’aumentare del prezzo – come sarebbe logico – ma al contrario, aumenta. E tante persone sono contente di pagare un prezzo più alto solo perché questo garantisce loro l’ingresso in un gruppo privilegiato, quello appunto di chi se lo può permettere. Insomma, paradossalmente “si compra il prezzo”, invece di comprare un oggetto. Ostentandolo poi, non si ostenterà l’oggetto, quanto il suo valore di scambio simbolico.

Secondo Ventura l’effetto Veblen si manifesta anche tra gli intellettuali, essendo in grandissima parte le loro attività nient’altro che uno status symbol appunto: non producono ricchezza, anzi, la disperdono, servono solo a testimoniare che chi pratica queste attività se le può permettere. Apparentemente fare corsi di biodanza, ritiri di meditazione, lauree in filosofia, scrittura creativa e traduzioni dal latino sono attività molto diverse dal comprare un orologio d’oro o un gadget della Ferrari; nella sostanza però, sembra dire l’autore, si tratta solo di due tipi diversi di consumo posizionale. Ovvero, di spreco.

C’è una serie infinita di citazioni che si potrebbero approfondire. Ventura cita il caso dei Rich Kids Of Instagram, cita l’entreprecariato di Silvio Lorusso, il Neoproletariato di Tommaso Labranca e l’autorealizzazione di Abraham Maslow, cita le delusioni di Luciano Bianciardi degli anni 50 a proposito del “lavoro culturale”, cita un saggio di Baudrillard intitolato La genesi ideologica dei bisogni (1969), e gli scritti di Pierre Bordieu sulla cultura come “distinzione” e il “capitale simbolico”. E poi c’è Francesco Pacifico che nel suo romanzo Class sembra raccontare proprio cosa è e come vive la classe disagiata.

Una lunga e articolata intervista all’autore è comparsa nel settembre 2017 sul blog Bastonate.

Altri articoli interessanti sono stati scritti per il magazine del Sole 24 Ore, su minimaetmoralia.it, sul suo blog personale e sul tlog, che però non vengono più aggiornati da tempo. Ventura è anche direttore della collana di libri che ha pubblicato Datacrazia e Panarchia.

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