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Bunkeristi

Fino a poco tempo fa pensavo che Enver – il nickname di Enrico Veronese – fosse dovuto, oltre che alle iniziali del suo vero nome, all’intento di omaggiare il leggendario Enver Hoxha, leader dell’Albania dal 1944 fino alla sua morte nel 1985. Soltanto qualche giorno fa l’ho risentito e mi ha spiegato che no, era solo una coincidenza (peraltro perfetta per quegli anni ostalgici che segnarono tra l’altro l’ascesa degli Offlaga Disco Pax).

Enver l’albanese fu in un certo paradossale modo una creatura del fascismo italiano, in quanto emerse come leader dalla resistenza all’occupazione colonialista decisa da Mussolini nel 1939. L’invasione era stata rapida e facile, nel giro di cinque giorni aveva portato all’esilio del re Zog I e all’inclusione dell’Albania nell’impero italiano.

Nel 1941 fu fondato il Partito Comunista Albanese, che chiamò a raccolta la popolazione per lottare contro i fascisti. I partigiani albanesi si costituirono nel 1942 come Movimento di Liberazione Nazionale dell’Albania, che riuniva orientamenti ideologici diversi e comprendeva anche i nazionalisti anticomunisti del Balli Kombetar. Ma alla fine i comunisti prevalsero largamente e dopo la liberazione del 1944 Enver emerse come leader unico dell’Albania, mettendo fuorilegge tutte le altre forze politiche e non mancando di eliminare i suoi stessi ex compagni di lotta che potevano minacciare il suo potere.

Enver fu celebre per la sua irriducibile ortodossia, per il suo essere “più stalinista di Stalin” e durante la vita – ma anche dopo la morte – fu venerato come un dio laico. Era talmente stalinista che dopo il 1956 si allontanò dall’Unione Sovietica diventata troppo riformista, avvicinandosi invece alla Cina di Mao. A differenza degli altri paesi comunisti dell’Europa dell’Est, l’Albania non si lasciò mai sottomettere, e nel 1968 addirittura uscì dal Patto di Varsavia per protesta contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Dopo il 1972 invece, ruppe anche con Mao per protesta contro la visita di Nixon in Cina. Enver rimase sempre ostile al governo troppo moderato di Tito in Yugoslavia, e non concluse mai accordi di pace con la Grecia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

In compenso furono abbastanza buoni i rapporti con l’Italia, che a quanto pare non ha lasciato un brutto ricordo e viene tuttora considerata un paese amico dalla popolazione albanese.

Oggi uno dei segni più visibili del quarantennale governo di Enver è l’onnipresenza dei bunker fatti costruire nella prospettiva di resistere a invasioni straniere e guerre nucleari. La bunkerizzazione del paese iniziò negli anni 60, e nel 1983 aveva portato alla costruzione complessiva di 173.371 unità, mediamente 5 ogni chilometro quadrato (una densità impressionante, in un paese con peraltro meno di 3 milioni di abitanti).

Nell’ottobre del 2018 sono stato in Albania, e un amico di Alessia ci ha portato a visitare uno di questi, particolarmente enorme, ora trasformato in un museo. Ci si arriva in automobile attraverso un tunnel.

Ci vorrebbero diverse ore per girarlo tutto.

Il bunker-museo ricostruisce molti aspetti della storia nazionale albanese, in particolare la Resistenza al fascismo italiano e poi il regime di Enver. Inoltre ci sono varie installazioni artistiche per incuriosire i visitatori, e ciò dà anche il nome al luogo:

Questo caso non è però usuale: oggi la maggior parte di quei bunker è abbandonata alla rovina.

L’amico di Alessia ci ha anche spiegato che in Albania «per ogni regola, c’è sempre un’antiregola», perché si tratta di un popolo tendenzialmente anarchico, e lo vedi platealmente da come si comportano nel traffico: molto simili agli italiani, ma peggio. È paradossale che proprio qui si sia sviluppato uno dei regimi politici più inflessibili della Storia, e che prima ancora del comunismo vigesse una sorta di codice cavalleresco – antico di cinque secoli – per regolare comportamenti sociali e controversie. Esso si chiamava Kanun, cioè Canone, e incorporava tradizioni locali che ai nostri occhi possono sembrare quasi mostruose. Per esempio nel nord del paese vigeva quella della Vergine giurata, che poi è stata raccontata nel libro di Elvira Dones (scrittrice albanese di lingua italiana) e nell’omonimo film di Laura Bispuri con Alba Rohrwacher: un adattamento molto libero ma più potente dell’originale, che fu presentato al Festival di Berlino 2015.

Secondo questa tradizione, tipica degli ambienti montanari, quando in una famiglia non ci sono figli maschi allora una delle femmine può decidere di “diventare uomo”, non avere rapporti sessuali e assumersi tutte le funzioni, i ruoli, i doveri e i diritti di un uomo (che alla donna sono preclusi, trattandosi di società estremamente maschilista). E una volta fatta una tale scelta, deve tenervi fede per tutta la vita.

In un certo senso, la protagonista di Vergine giurata ha deciso – dopo la morte dello zio, l’unica persona che teneva a lei – di proteggere il suo cuore chiudendolo ermeticamente e definitivamente al mondo esterno, proprio come i bunker che in Albania avrebbero protetto chi li abitava da ogni pericolo straniero.

Negli albanesi e nei calabresi che ho conosciuto, ho trovato la stessa durezza di carattere unita a un senso estremo di ospitalità, che fa intuire una infinita tenerezza per quei pochi che siano ammessi a entrare nel loro bunker.

Il mio primo impatto, indiretto, con il popolo albanese risale al 1991. Io facevo il liceo, il comunismo era caduto da poco, e quell’estate una nave che trasportava zucchero di canna proveniente da Cuba, e diretta in Italia, fece scalo a Durazzo. La nave venne pacificamente assaltata da un numero enorme di uomini, donne e ragazzi, che approfittarono dell’assenza delle forze dell’ordine dopo il collasso del regime per scappare dall’Albania. La nave così partì, e sbarcò a Bari. Fu l’inizio di quel fenomeno delle migrazioni di massa non autorizzate verso il nostro paese, che in questi 27 anni ha conquistato il cuore dell’opinione pubblica italiana (la quale ha infine reagito come sappiamo, dando tutto il potere a Salvini). La storia è stata raccontata nel 2017 da un documentario di Daniele Vicari, La nave dolce (che si può vedere su Youtube).

In quei giorni invece, ricordo il titolo di Cuore – il settimanale satirico “di resistenza umana” che era il mio punto di riferimento informativo – del 12 agosto: Notti Maaaagiche / Inseguendo un goool!. Ovviamente era un riferimento agli ancora recenti mondiali di Italia 90, ma anche al fatto che quell’enorme folla di profughi era stata reclusa dentro lo stadio di Bari. Infatti l’occhiello recitava “Italia 91 meglio di Italia 90: tutto esaurito allo stadio di Bari”. E a fianco della testata, la celebre mascotte dei mondiali compariva attrezzata di casco e manganello, per fare riferimento alla gestione autoritaria della vicenda da parte delle forze dell’ordine italiane.

Tra l’altro, una parte dell’archivio di Cuore del 1991 si può leggere online, ed è come visitare un cimitero: molti che ci scrivevano nel frattempo sono morti, mentre ad altri è andata peggio (per esempio Beppe Grillo e Michele Serra).

Tornando al bunker, è più in generale il simbolo dell’isolamento da tutto. Rispetto all’eremitismo, l’idea del bunker è più militaresca e solo apparentemente difensiva. Si sta nel bunker certo per evitare le minacce esterne, ma anche per programmare progetti e rivincite.

J.D. Salinger, lo scrittore nato il primo gennaio 1919, scelse di vivere totalmente isolato per gran parte della sua vita. Accoglieva con il fucile chiunque volesse avvicinarsi alla sua residenza: al suo bunker, possiamo appunto dire.

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